Se molte sono le distinzioni tra la liturgia tradizionale e le cerimonie del cosiddetto novus ordo, una importante distinzione su cui spesso non ci si sofferma è data dal largo uso dell’incenso che caratterizza il rito antico (ogni messa cantata, sia celebrata di domenica o meno, prevederebbe, infatti, l’uso dell’incenso): nella nuova “messa”, invece, generalmente l’uso dell’incenso è limitato alle grandi feste e solo assai raramente viene utilizzato la domenica. Ma come mai tutta questa importanza data, invece, dalla Tradizione della chiesa all’incenso?
Un uso antichissimo e religioso
Di certo l’uso dell’incenso è di molto anteriore alla nascita del cristianesimo e il suo uso era conosciuto in quasi tutte le principali civiltà antiche: greci e romani usavano bruciare incenso o resine profumate durante i loro sacrifici per rendere la vittima più gradita alle divinità (grazie all’εὐωδία, “l’odore soave”, che si sprigiona) e sembra che tale uso fosse diffuso persino tra le popolazioni dell’antica Mesopotamia (anche in contesti non prettamente religiosi, ma a scopo di purificazione o di piacere1).
La centralità dell’incenso nella tradizione
Un uso così antico come quello di bruciare incenso o resine profumate era ovviamente praticato anche nell’antico popolo d’Israele e, nel libro dell’Esodo, è Dio stesso a comandare a Mosè: “Facies quoque altare ad adolendum thymiama” (Es, XXX, 1). Molto interessante da notare è l’utilizzo del termine “thymiama“, reso dal Martini con “timiama” e dal Tintori con “profumi”, oggi più semplicemente tradotto con “incenso”; si tratta di un termine latino (tardo) che deriva dal verbo greco “ϑυμιάω” (profumare, ardere come profumo), nel quale è chiaramente presente la radice di “ϑύω” (sacrificare, ma anche bruciare): da ciò troviamo possiamo inferire lo stretto vincolo che unisce l’utilizzo dell’incenso all’atto religioso del sacrificio. Nell’Antico Testamento inizia a distinguersi l’uso religioso dell’incenso da quello privato, tant’è che nello stesso capitolo dell’Esodo si legge anche: “Faciesque thymiama compositum opere unguentarii, mistum diligenter, et purum, et sanctificatione dignissimum. Cumque in tenuissimum pulverem universa contuderis, pones ex eo coram tabernaculo testimonii, in quo loco apparebo tibi. Sanctum sanctorum erit vobis thymiama. Talem compositionem non facietis in usus vestros, quia sanctum est Domino. Homo quicumque fecerit simile, ut odore illius perfruatur, peribit de populis suis” (Es, XXX, 35-38). L’attenzione posta all’incenso in questo passo è certamente evocativa dell’importanza che esso deve rivestire nella pratica religiosa: è Dio stesso che si preoccupa di sottolineare le caratteristiche che l’incenso deve avere (deve essere “degnissimo per l’offerta” e “lavorato con diligenza”) prima di essere posto in quell’unico luogo dove esso svolge pienamente il suo proprio compito, cioè sull’altare. L’incenso è dunque a pieno titolo uno di quegli elementi fondamentali che costituiscono la liturgia secondo l’Antica Legge (Lv XVI, 13) tanto che esso deve essere offerto sugli altari per placare l’ira divina (Dt, XXXIII, 10) e usato per adorazione (Dn II, 46)2, ma ancor più grande valore riveste nella Nuova Alleanza, dal momento che esso è, sin dall’inizio, un attributo proprio di Cristo come simbolo di divinità offertoGli dai Magi assieme all’oro (regalità) e alla mirra (morte, sepoltura e resurrezione). L’incenso è dunque una costante nelle funzioni liturgiche ed assume un valore estremamente profondo, come testimoniato da Padre Nikolaus Gihr: “Il religioso bruciare, nell’atto nobile e prezioso dell’incensazione, è in sé un rito splendido che non solo contribuisce ad esaltare maggiormente le celebrazioni liturgiche, ma anche manifesta simbolicamente i segreti della fede e delle virtù della vita cristiana. Il simbolismo dell’incenso risiede essenzialmente nel fatto che i suoi granelli si sciolgono nel carbone acceso spargendo così un profumo amabile che sale verso l’alto, circonda l’altare e riempie la chiesa. Per questo, dunque, l’incensazione liturgica ha un valore simbolico, ma solo se l’incenso brucia (incensum scil. Thus) perché, se da esso non si diffonde il profumo o la brace è scarsa (prunae ardentes – Pont. Rom.) o non vengono utilizzati carboni accesi, questo valore va perso. L’incenso profumato che si consuma nel fuoco sembra fatto apposta per indicare e per esprimere solennemente il sentimento interiore del sacrificio e della preghiera grata a Dio […] Il sacrificio e la preghiera, simbolizzati dal “fumo di profumi fragranti”; cioè, il sacrificio e la preghiera suscitano la divina compiacenza e misericordia, attirano la Grazia di Dio su di noi, e perciò il profumo dell’incenso simbolizza anche la divina grazia. Mentre l’innalzarsi del profumo manifesta i devoti e insistenti sacrifici e le preghiere; le nubi d’incenso, che si spandono tutt’attorno, suggeriscono l’effetto della preghiera e del sacrificio, che è il profumo della Grazia che scende dal Cielo, o emana da Cristo presente sull’altare. La preghiera si eleva verso l’alto e la misericordia di Dio scende a noi”3.



L’incenso all’interno della liturgia dunque è un elemento essenziale di latria ma anche di simbologia, i cui caratteri sono chiaramente espressi dalla formula di benedizione (alla prima incensazione l’incenso è benedetto con la formula “Ab illo benedicaris in cujus honorem cremaberis“, mentre alla seconda si esprime il valore esorcisti dell’incenso attraverso al richiamo a S. Michele Arcangelo, “Per intercessiónem beáti Michaelis Archangeli, stantis a dextris altaris incensi, et omnium electorum suorum, incensum istud dignetur Dominus benedicere, et in odorem suavitatis accipere“) e dalle preghiere da recitarsi durante l’incensazione delle oblate e dell’altare (sulle oblate: “Incensum istud a te benedictum ascendat ad te Domine et descendat super nos misericordia tua“, mentre durante l’incensazione dell’altare si recita una parte del Salmo 140: “Dirigatur, Domine, oratio mea, sicut incensum in conspectu tuo: elevatio manuum mearum sacrificium vespertinum. Pone, Domine, custodiam ori meo, et ostium circumstantiae labiis meis: ut non declinet cor meum in verba malitiæ, ad excusandas excusationes in peccatis” e si conclude con “Accendat in nobis Dominus ignem sui amoris, et flammam aeternæ caritatis“). Viene qui da domandarsi se non sia stata dunque quantomeno inopportuna (se non dannosa) la soppressione della preghiera tratta dal Salmo 140 alla prima incensazione per volontà del Papa Clemente VIII nel 1602: l’accostamento della preghiere all’azione di incensazione lega indissolubilmente l’atto alla natura stessa che a tale atto è sottesa.
Conclusioni
L’incenso, come abbiamo visto, riveste un valore centrale nell’azione liturgica, sia come elemento purificatore che come elemento di lode e di preghiera; pertanto, in conformità con quanto espressamente enunciato da Dio a Mosè, ci verrebbe da chiederci quale luogo sia più adatto alle incensazioni se non l’altare stesso, ove sono racchiuse le reliquie dei santi e dove si svolge il Santo Sacrificio. Riscoprire, ma sopratutto riflettere e comprendere il profondo valore che l’uso dell’incenso riveste nel culto è dunque estremamente importante per poter apprezzare ancor di più le caratteristiche e la natura stessa della liturgia tradizione.
- Erodoto, Storie, I, 198; ↩︎
- “E abbiamo prova che l’incenso sia un atto di adorazione, per esempio, dal fatto che Nabucodonosor, riconoscendo la potenza divina del profeta Daniele, ordinò che gli fossero offerti sacrifici e incensi” (A. Zanier, Il sacrificio della Messa, Fede & Cultura, 2021, pag. 30), e “L’avere manifestato al
re quello, che egli avea veduto nel suo sogno, di cui lo stesso re non avea più distinta memoria , e l’averne spiegato l’altissima significazione, tutto questo empiè il re di tanta ammirazione e stupore, che si prostrò dinanzi a lui per adorarlo, e ordinò, che se gli offerisser vittime e incensi” (Commento di Martini a Dn II, 46); ↩︎ - http://traditiomarciana.blogspot.com/2018/05/p-nikolaus-gihr-lincensazione.html ↩︎






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