Spesso, quando ci si approccia a riflettere sugli esiti disastrosi della riforma liturgica compiuta durante e dopo il Concilio Vaticano II, si tende sempre a soffermarsi sugli aspetti più evidenti di essa: il cambio della messa con la promulgazione di un nuovo messale con un nuovo ordinario e il definitivo e totale stravolgimento della liturgia delle ore. In realtà, una delle altre vittime causate dalle riforme è anche quella del calendario che è stato anch’esso pesantemente modificato. Si pensi allo spostamento delle date della celebrazione di molti santi (tra cui San Benedetto, che oggi si festeggia l’11 luglio, ma che un tempo si celebrava il 21 marzo, coerentemente anche con l’antico proverbio popolare “San Benedetto, la rondine sotto il tetto”), alla drastica riduzione delle ottave1, nonché alla scomparsa di numerose ricorrenze, tra le quali spicca sicuramente quella delle Quattro Tempora, oggetto della nostra breve indagine.
Da un punto di vista tecnico e formale, in realtà, la riforma liturgica del Vaticano II non aveva propriamente eliminato questa ricorrenza, bensì aveva affidato alle conferenze episcopali il compito di stabilire quando essa avrebbe dovuto essere celebrata: come tutti possiamo evincere dalla nostra esperienza comune, però, le Tempora vengono assai raramente celebrate e, in questi sporadici casi, quasi esclusivamente da coloro che seguono l’antico calendario e la forma Tradizionale del Rito Romano.
Le Quattro Tempora sono quattro periodi di tre giorni (mercoledì, venerdì e sabato) di penitenza, che nascono e si sviluppano con lo scopo di consacrare a Dio i principali tempi dell’anno e si collocano ciascuna in una stagione diversa: vi sono le Tempora d’inverno, che cadono nella settimana seguente la III domenica di Avvento, le Tempora di primavera, che si collocano invece tra la I e la II domenica di Quaresima, le Tempora d’estate, che si celebrano nella settimana tra Pentecoste e la Domenica della SS. Trinità, e le Tempora d’autunno, che seguono la celebrazione dell’Esaltazione della Santa Croce.

Le origini di queste celebrazioni sono sicuramente legate alla tradizione agreste romana2 e si denotano appunto per il marcato carattere rurale. Le Quattro tempora, secondo il Liber Pontificalis, furono introdotte da Papa Callisto I (+222) e inizialmente erano solamente tre. Di certo già sotto il pontificato di San Leone Magno (440-461) il loro numero era stato portato a quattro, come testimoniano le venticinque omelie per questi specifici periodi di penitenza3. In queste occasioni, infatti, la liturgia esprimeva il marcato carattere penitenziale a cui si affiancavano appunto la pratica del digiuno e dell’astinenza.
Questa impostazione penitenziale ha avuto un impatto estremamente profondo sulla popolazione cattolica, tanto è vero che, in taluni casi, la stessa cultura di alcuni paesi ha subito, quantomeno di riflesso, l’influsso di tali ricorrenze: un simpatico esempio a riguardo concerne il Giappone, nel quale un piatto tradizionale come quello del tempura prende il nome proprio dalle Tempora cristiane4.

Avendo da poco celebrato le Tempora di Quaresima, cerchiamo di approfondirle. Come detto, esse si collocano il mercoledì, il venerdì e il sabato tra la I e la II domenica di quaresima. Le due letture del mercoledì5 ci proiettano immediatamente nell’atmosfera del deserto, nella quale, però, la presenza divina è capace di garantire quel ristoro che ci permette di comprendere come l’ascesi e la penitenza altro non siano se non dei mezzi di purificazione e di avvicinamento a Dio; si tratta di un tema ripreso anche dal Vangelo6, nel quale è descritto il noto paragone tra Giona e Cristo e ove si ricorda appunto che i Niniviti “paeniténtiam egérunt in praedicatióne Jonae”. Il tema della penitenza si protrae anche nel giorno del venerdì, fin dall’Introito ove si chiede esplicitamente all’Onnipotente di considerare l’umiltà e le fatiche sostenute da noi, peccatori, al fine di essere liberati dal peccato (De necessitátibus meis éripe me, Dómine: vide humilitátem meam et labórem meum, et dimítte ómnia peccáta mea): la conseguenza del peccato è la morte eterna, tema centrale dell’epistola7, ove però si mette nuovamente in risalto l’enorme potere della penitenza, il solo capace di salvare l’animo di qualunque empio: “Si autem ímpius égerit paeniténtiam ab ómnibus peccátis suis, quae operátus est, et custodíerit ómnia praecépta mea, et fécerit judícium et justítiam: vita vivet, et non moriétur”. La liturgia, che ha preparato il fedele mostrandogli l’importanza della penitenza, nella giornata del sabato si preoccupa di mostrare quanto siano centrali e fondamentali la preghiera e il rispetto della legge divina, quali elementi costitutivi della vita del cristiano: è ancora una volta l’Introito ad aprire il tema, focalizzandosi sulla pratica dell’orazione (Intret orátio mea in conspéctu tuo: inclína aurem tuam ad precem meam, Dómine), mentre le letture8 sottolineano l’importanza di seguire i comandamenti divini (Dóminum elegísti hódie, ut sit tibi Deus, et ámbules in viis ejus, et custódias caeremónias illíus et mandáta atque judícia, et oboedias ejus império. Et Dóminus elegit te hódie, ut sis ei pópulus peculiáris, sicut locútus est tibi, et custódias ómnia praecépta illíus: et fáciat te excelsiórem cunctis géntibus, quas creávit in laudem et nomen et glóriam suam: ut sis populus sanctus Dómini, Dei tui, sicut locútus est), preoccupandosi di evidenziare anche l’importanza della liturgia e del sacrificio in questo senso (Dómine Deus, ómnium Creátor, terríbilis et fortis, justus et miséricors, qui solus es bonus rex, solus praestans, solus justus et omnípotens et aetérnus, qui líberas Israël de omni malo, qui fecísti patres electos et sanctificásti eos: accipe sacrifícium pro univérso pópulo tuo Israël, et custódi partem tuam et sanctífica: ut sciant gentes, quia tu es Deus noster). La penitenza resta comunque il tema di fondo, come testimoniano anche le prime parole della terza lezione, “Miserére nostri, Deus ómnium, et réspice nos, et osténde nobis lucem miseratiónum tuárum”. Quasi a voler confermare quanto insegnato fino ad ora, la sapienza della Tradizione si esprime collocando dopo un ulteriore lettura l’Inno di lode del Benedictus, recitato tradizionalmente alla fine dell’ora delle Lodi ogni giorno. Questo lungo percorso penitenziale trova, infine, compimento nel Vangelo9, nel quale si cambia improvvisamente tono: è il testo della Trasfigurazione di Cristo, con il quale si vuole far pregustare le gioie della Vita Eterna a cui, proprio grazie alla sofferenza, alla penitenza e ai digiuni – gli strumenti più efficaci e sacri che, come sappiamo, furono praticati da monaci, santi e da Nostro Signore stesso – anche a noi sarà possibile accedere.

Come dimostrato in questo articolo, la sapienza liturgica della Chiesa è un tesoro ricchissimo che deve essere amato, studiato e custodito. È, infatti, la liturgia stessa la miglior pastorale capace di guidare il fedele ad una più perfetta conoscenza divina ed informandone la Fede (lex orandi, lex credendi). Sia dunque questa un’occasione per recuperare l’antica celebrazione della Quattro Tempora e raccogliere i frutti della Liturgia Tradizionale che la Chiesa ci dona.
- Per le quali in realtà si continuava a seguire una linea cominciata diversi anni prima e che aveva visto il primo importante stravolgimento già nel 1955; per un approfondimento sulla storia delle ottave, cfr. https://dirigaturdomine.com/2025/01/03/sulle-ottave-parte-1/, mentre per approfondire l’enorme significato teologico che rivestivano, cfr. https://dirigaturdomine.com/2025/01/11/sulle-ottave-parte-2/; ↩︎
- Non derivano dunque, come ritengono taluni, da celebrazioni ebraiche: le Tempora, proprio per il loro carattere squisitamente rurale, derivano dal mondo dell’antica Roma; ↩︎
- “Jejunum I, IV, VII et X mensis”, ove i mesi si contavano a partire da marzo che, infatti, era considerato il primo mese dell’anno fin dai tempi del calendario istituito da Romolo; ↩︎
- Il Giappone conobbe il cristianesimo attorno alla metà del XVI secolo grazie ai prolungati contatti con il Portogallo che favorirono l’arrivo di molti monaci e missionari (in special modo gesuiti): l’opera di cristianizzazione fu particolarmente importante, come avrebbe dimostrato la rilevante presenza cristiana nello schieramento dei Toyotomi che combatterono contro i Tokugawa nella famosissima battaglia svoltasi il 21 ottobre del 1600 a Sekigahara. Nonostante la sconfitta dei Toyotomi, l’espulsione degli stranieri nel 1641 e le persecuzioni contro i cristiani che accompagnarono l’ascesa al potere di Ieyasu Tokugawa, il cristianesimo riuscì a lasciare un segno profondo nel Paese del Sol Levante: uno dei piatti tipici giapponesi, infatti, è il tempura, costituito per lo più da verdure e pesci fritti che veniva cucinato proprio in occasione delle celebrazioni delle Quattro Tempora dalle quali prende anche il nome: trattandosi di un piatto privo di carne, ma al contempo particolarmente gustoso e nutriente, esso si adattava perfettamente alla regola del digiuno e dell’astinenza. ↩︎
- Exodi 24, 12-18 e 3 Reg. 19, 3-8; ↩︎
- Matth. 12, 38-50; ↩︎
- Ezech. 18, 20-28; ↩︎
- Deut. 26, 12-19, Deut. 11, 22-25, 2 Mach. l, 23-26 et 27, Eccli. 36, 1-10, Dan. 3, 47-51 e 1 Thess. 5, 14-23; ↩︎
- Matth. 17, 1-9; ↩︎






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