Dopo il post sulle Ottave e quello sul loro fondamento teologico-cristologico, dedichiamo questo articolo a quattro casi particolari di Ottave cancellate dal calendario a partire già dalla riforma piana del 1955 (decreto Cum nostra, per i già gettonati “motivi pastorali”): una semplice indagine ci permetterà di cogliere come fu grande l’errore di averle soppresse.

Epifania di N.S.G.C.

Ogni semplice cultore di liturgia sa bene che la prima festa natalizia celebrata agli albori della Chiesa fu l’Epifania e non il Natale1: dalla manifestazione al mondo del Salvatore nella vera carne è nata anche la festa della Sua nascita secondo la carne. Il principio è evidente: ciò che è manifesto può essere conosciuto; ciò che è conosciuto ha un principio (cf. 1Gv 1,1-2); ciò che ha un principio ha una nascita (nel nostro caso una nascita visibile secondo la natura umana). E la liturgia, maestra della vita cristiana, precedendo la riflessione sui princìpi dogmatici, ha celebrato prima la gloriosa manifestazione al mondo del Divin Salvatore apparso nella nostra carne e poi la sua nascita.

Che poi l’Epifania abbia un contenuto teologico più denso del Natale ce lo conferma lo stesso Canone della Messa, fonte primigenia ed autorevole per comprendere i giorni santissimi dell’anno. “Diem sacratíssimum celebrántes, quo Unigénitus tuus, in tua tecum glória coætérnus, in veritáte carnis nostræ visibíliter corporális appáruit”: così si esprime la Regola della Messa. Evidenziamo tre elementi. 1) La confessione di fede che il Salvatore apparso è l’Unigenito Figlio di Dio. 2) Questo Salvatore manifestato alle genti è vero ed eterno Dio. Il Communicantes ci fornisce persino la taxis corretta: è il Verbo-vero Dio fatto carne-vero uomo (cristologia discendente). 3) La sua apparizione è nella “verità della nostra carne”: non solamente in una vera carne, ma è apparso-corporalmente visibile-nella verità-della nostra carne2: così la Verità si è resa visibile carnalmente, in modo tangibile (cf. Gv 1,14-18).

Mentre a Natale il Canone cosa afferma? “Diem sacratíssimum celebrántes, quo beátæ Maríæ intemeráta virgínitas huic mundo édidit Salvatórem”. Si dice, certo, della perpetua e illibata Verginità di Maria e che Ella, in questa sua condizione beatissima, ha dato al mondo il Salvatore. L’accento è dato alla Vergine partoriente che in quel giorno ha fatto sì che la vera Luce sorgesse sul mondo. Ma poi il mistero del Natale è un mistero intimo, riservato a pochi: alla Santa Famiglia, ai pastori e agli angeli (che certo non sono pochi, ma che non sono nemmeno i destinatari dell’Incarnazione!). Una certa manifestazione ce l’abbiamo alla Circoncisone (cf. Lc 2,21) e alla Presentazione al Tempio (cf. Lc 2,22-38): ma sarà sempre riservata a chi aveva già messo le Sue attese nel Salvatore (Simeone e Anna) o a chi era stato chiamato a compiere il rito cerimoniale dell’antica Legge (il sacerdote).

Se infatti indaghiamo più a fondo il contenuto teologico-litrugico dell’Epifania troveremo la stupenda Antifona del Magnificat ai II Vespri della Festa: “Tribus miráculis ornátum diem sanctum cólimus”. La manifestazione è articolata in tre eventi: la visita dei Santi Magi a Betlemme, il Battesimo di Cristo al Giordano e il primo miracolo alle nozze di Cana3. Con la visita dei Santi Magi guidati dalla stella (contenuto primario, vedasi la prima orazione della Messa), Cristo si è rivelato a tutte le genti: non più solo ai semplici pastori, a pochi eletti, ma al mondo. Tutti i popoli, “a solis ortu usque ad occasum” (Sal 112,3) sono rappresentati dai tre grandi sapienti. Non ci sono più dubbi: il Salvatore è apparso tra noi, per noi, per tutti! Nel Battesimo, invece, Gesù si manifesta come il Messia, il consacrato, l’amato (cf. Mc 1,11): la discesa dello Spirito Santo e la voce del Padre (cf. Mt 3,16-17) testimoniano che egli è la Seconda persona della Trinità apparsa nel mondo per portare la salvezza. In più, ricevendo il Battesimo nel suo vero corpo, pone il fondamento della realtà tangibile ed efficace dei Sacramenti (cf. Mt 3,15) affinché il vero corpo che è la Chiesa continui a concedere l’epifania della Grazia nel settenario sacramentale. Infine, a Cana (cf. Gv 2,1-11) Nostro Signore manifesta al mondo la sua Divina potenza: egli è Creatore, Signore, Redentore e Salvatore, Colui che è il principio di ogni cosa (cf. Col 1,16; Eb 1,2; Gv 1,10).

– Come mai dunque ad un giorno così santissimo è stata tolta l’Ottava? I motivi sono stati espressi nel primo post di questa serie. In ogni caso è aberrante che un giorno tra i più santi dell’anno con un contenuto teologico altissimo, non abbia la sua celebrazione ottavaria. E ciò è evidente sia nel Messale del 1962, sia, ovviamente, in quello del 1969. E quindi i cattolici non conoscono più un’Ottava per l’Epifania e non la celebrano più, a detrimento della stessa Festa.

Galleria dell’Epifania, Giovanni Griglio, 1329, facciata del Duomo di Gemona del Friuli

Ascensione di N.S.G.C.

Cenerentola delle grandi solennità liturgiche, obliata dalla teologia del post concilio, maltrattata dallo spostamento dal giovedì alla domenica, annebbiata da un equivoco ed unilaterale spiritualismo pentecostale, l’Ascensione meriterebbe di riavere il posto d’onore che le spetta, ben più di quanto ne abbia oggi. Al suo oblio hanno contribuito una serie di fattori, non da ultimo l’abolizione della sua Ottava, segno che già prima del 1962 tale festa fosse considerata in subordine. Ma così non è. Se consideriamo il suo densissimo significato teologico scopriremo che l’Ascensione è davvero quel giorno Santo “quo Dóminus noster, unigénitus Fílius tuus, unítam sibi fragilitátis nostræ substántiam in glóriæ tuæ déxtera collocávit” (come afferma il Canone).

E che l’Ascensione sia un mistero fondamentale della nostra Salvezza al pari dell’Incarnazione, della Passione e della Resurezzione, ce lo conferma la Messa stessa, ad esempio, nell’orazione Suscipe Sancta Trinitas nella quale la Chiesa afferma di offrire l’Oblazione “ob memóriam passiónis, resurrectiónis, et ascensiónis” del Signore. Ancora di più il Canone all’Unde et memores: “nos servi tui, sed et plebs tua sancta, ejúsdem Christi Fílii tui, Dómini nostri, tam beátæ passiónis, nec non et ab ínferis resurrectiónis, sed et in cælos gloriósæ ascensiónis”.

Qui vale la pena fare la prima sottolineatura: solo l’Ascensione è detta gloriosa. E ben a ragione. La Passione tutto ha fuorché di glorioso: è beata poiché ci procura la beatitudine eterna, ma essa non è gloriosa, bensì cruenta. La Resurrezione è gloriosa, ma nascosta agli occhi degli Apostoli, dei discepoli, del mondo. L’Ascensione invece, è pienamente gloriosa poiché rivela la gloria del Risorto, che, tornando al Padre, riceve gloria da Dio sedendo alla Sua destra (cf. Mc 16,19) e, ascendendo prodigiosamente tre le nubi del cielo sotto gli occhi meravigliati degli Undici (cf. Lc 24,52), riceve gloria dagli uomini.

Ascensione, Johann Koerbecke

Non passiamo troppo velocemente sui significati di questo mistero: l’Ascensione ha procurato alla Chiesa un’enorme fonte di Grazia.

  1. L’Ascensione è la naturale conseguenza dell’Incarnazione: il Verbo disceso dal cielo torna al Suo cielo (cf. Gv 16,28): la Trinità è, gloriosa, nei cieli eterni.
  2. L’Ascensione è anche il compimento perfetto della Resurrezione: a nulla avrebbe giovato a noi la Resurrezione di Cristo se l’umanità da Lui assunta e redenta non fosse stata portata alle altezze della gloria.
  3. Con la sua Ascensione è difatti aperta a noi la via del cielo che il diavolo ci aveva chiuso: Cristo riapre questa via per noi portando già noi con sé nella sua vera carne.
  4. L’Ascensione è l’ultimo atto della missione terrena di Cristo. Anzi, l’Ascensione dona senso a tutta la predicazione di Cristo. È significativo che S. Luca negli Atti parli della missione di Gesù a partire Resurrezione fino all’Ascensione: “Egli si mostrò a essi vivo, dopo la sua passione, con molte prove, durante quaranta giorni, apparendo loro e parlando delle cose riguardanti il regno di Dio” (At 1,3).
  5. Se non ci fosse l’Ascensione non avremmo accesso al Padre. Cristo, dopo essere risorto, ha una meta: tornare al Padre. Bellissimo il dialogo con la Maddalena al sepolcro vuoto: “Non mi toccare, perché non sono ancora salito al Padre. Ma va dai miei fratelli e di loro: salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro” (Gv 20,17). Ma paradossalmente, non avremmo nemmeno accesso a Cristo: asceso al cielo Cristo è Signore di tutti e Sacerdote per tutti poiché, travalicando i limiti terreni, ora è nei cieli “sempre vivo ad intercedere in nostro favore” (Eb 7,25).
  6. Senza l’Ascensione non avremmo nessun invio dello Spirito Santo a Pentecoste. Gesù stesso lo ha detto: “È bene per voi che io me ne vada, perché, se non me ne vado, non verrà a voi il Consolatore; ma quando me ne sarò andato, ve lo manderò” (Gv 16,7); “Quando verrà il Consolatore che io vi manderò dal Padre, lo Spirito di verità che procede dal Padre, egli mi renderà testimonianza (Gv 15,26); “Io mando su di voi colui che il Padre mio ha promesso” (Lc 24,28). Cristo, asceso al Padre, come primo atto sacerdotale, supplica il Padre di inviare lo Spirito Santo sulla Chiesa nascente affinché essa, corroborata dallo Spirito, diventi una cosa sola in Lui (cf. Gv 17,21).
  7. Proprio il corpo ecclesiale deriva dall’Ascensione: Gesù porta con sé il Suo corpo glorificato di carne affinché sulla terra nasca un nuovo Suo Corpo che è la Chiesa. Questo corpo crescerà, si moltiplicherà, aumenterà di numero, non conoscerà limiti di tempo o di spazio, sarà universale. Se Cristo non fosse asceso non avrebbe avuto senso questo Suo nuovo corpo che sarà configurato, vivificato e corroborato dallo Spirito Santo.
  8. Con l’Ascensione il Signore dona anche pienezza di potere e di legittimità ai Pastori della Chiesa, al Magistero. Se Cristo fosse rimasto sulla terra non ci sarebbe stato bisogno di qualcuno che agisse al posto suo. Salendo al cielo Gesù tuttavia non abbandona la Chiesa anzi, l’affida a Pietro e agli Apostoli ed essi a loro volta ai loro legittimi successori. L’Ascensione è l’atto finale di Gesù che, dopo aver consacrato gli Apostoli nel cenacolo quali Pontefici della Nuova Legge, li stabilisce definitivamente come veri ed autentici pastori della Chiesa al posto Suo, con la Sua autorità, col Suo potere, con il Suo magistero dando loro, poco prima della sua salita al cielo, disposizioni e autorità (cf. At 1,3; Mt 28,18-19): Cristo agirà in loro.
  9. Idem dicasi per i Sacramenti. L’ultimo dono terreno di Gesù è l’invio dei discepoli nel mondo: “A me è stato dato ogni potere in cielo ed in terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28,19-20). Qui abbiamo già ben evidenti i “tria munera”: predicate il Vangelo ad ogni creatura – munus docendi; fate discepoli i popoli battezzandoli – munus sanctificandi; a me ogni potere in cielo ed in terra/Andate/io sono con voi – munus regendi. Questo potere, questa missione, l’amministrazione dei Sacramenti, la predicazione del Vangelo: tutto questo sarà in atto a Pentescoste, ma è già dato all’Ascensione!
  10. L’Ascensione è, come detto, gloriosa. Come l’Ascensione così sarà l’Avvento di Cristo. L’Ascensione ci fa capire come sarà la seconda venuta del Figlio di Dio; è l’anticipo del glorioso Avvento del Signore, nelle modalità e nei fini: “Questo Gesù, che di mezzo a voi è stato assunto in cielo, verrà allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo” (At 1,11).

E potremmo ancora aggiungere altro, ma ci fermiamo.

– Ebbene: e in tutto questo dove è finita l’Ottava dell’Ascensione? Perché non si celebra già dal 1955? Questo giorno così denso di significato che dovrebbe far consumare le penne dei teologi cattolici su misteri così grandi della fede, perché è stato depauperato della sua Ottava? La mistificazione del principio liturgico, mascherato da evoluzione e “semplificazione”, ha eliminato il ricordo per otto giorni di questo glorioso evento. E quindi i cattolici non conoscono più un’Ottava per l’Ascensione e non la celebrano più, a detrimento della stessa Festa.

Il corteo di Cristo

Santo Stefano Protomartire, San Giovanni Evangelista ed i Santi Innocenti: tre feste bellissime, che la Chiesa ha valorizzato celebrandole subito dopo il S. Natale. Essa ritiene doveroso onorare subito coloro che seguirono Cristo in modo particolare, da vicino, o per imitazione gloriosa, o per riflessione intima e profonda del mistero o per affinità di candore e di coetaneità. E così nacquero coloro che saranno chiamati “Comites Christi”, il “Corteo di Cristo”. Rammentiamoci questa denominazione: sarà fondamentale per capire il senso delle loro Ottave, senza le quali non ha senso nessun codazzo!

Santo Stefano è il Protomartire: pertanto si celebra per primo, il 26 dicembre. Il motivo è dato dal fatto che Stefano non solo imita nella morte gli stessi sentimenti di perdono di Cristo (cf. At 7,59-60), ma ha anche creduto fermamente nella potenza della Resurrezione affrontando il martirio e seguendo totalmente il Principe dei Martiri da diventarne quasi un “alter ego”. Detto in altri termini: Stefano ha compreso, nella fede, che Cristo è venuto nel mondo per darci la vita, la vita eterna. Cristo nasce per morire: Stefano muore per vivere.

Il 27 dicembre è la volta di San Giovanni Apostolo ed Evangelista. Egli è qui poiché ha indagato le profondità del Verbo eterno che era prima dei secoli, dall’eternità. Giovanni, che nel suo Vangelo non ha una descrizione della Natività secondo la carne, ha però espresso nei termini più domatici e sublimi che “Verbum caro factum est et habitavit in nobis” (Gv 1,14) indagando ciò che c’era in principio, il Verbo, il Verbo presso Dio, il Verbo Dio. È come se San Giovanni dicesse oggi: “Quel bambino è il Verbo; quell’uomo è Dio!”.

I Santi Innocenti sono stati redenti da Cristo pur senza conoscerlo, pur senza professarlo a parole. Ma per Lui hanno versato il Sangue mentre erano, come lui, innocenti fanciulli, innocenti pargoletti. Per questo sono associati al Bambino divino e da Lui redenti in previsione della Sua morte.

E le Ottave loro proprie? Solo con l’Ottava si comprendere il senso del “corteo di Cristo”. Tali feste si celebravano otto giorni dopo (Ottava semplice); tempo addietro l’Ottava si protraeva ogni giorno. Già è stato trattato delle modifiche di Pio X; tuttavia il Messale precedente al 55 conserva almeno l’Ottava semplice, che a noi basta per argomentare quanto segue. La tesi è la seguente: che senso ha chiamare questi Santi “corteo di Cristo” se poi non lo accompagnano, non lo seguono da nessuna parte? Il lettore potrebbe chiedersi: accompagnarlo dove? Quando?

La risposta è liturgica: alla sua manifestazione, all’Epifania! Stefano, Giovanni e gli Innocenti che più di altri hanno seguito così da vicino Cristo nel dono di sé, lo accompagnano ancora oggi nel culto con le loro feste sino al giorno in cui si manifesta al mondo. Uno alla volta questi Santi fanno la loro comparsa; poi, dopo l’Ottava del Natale, ritornano il 2 gennaio (Santo Stefano), il 3 (San Giovanni), il 4 (I Santi Innocenti); il 5 è la Vigilia dell’Epifania. Il corteo ha svolto il suo compito: hanno accompagnato Cristo fino alla Sua manifestazione. Essi, che per intimo privilegio, Lo hanno seguito strettamente congiunti a Lui in modo mirabile, ora lo indicano al mondo come il loro e nostro Salvatore.

– Si capisce però che tolta l’Ottava non ha senso chiamarli “Comites Christi” perché non lo accompagnano da nessuna parte! Fanno la loro comparsa come qualsiasi altro Santo in qualsiasi altro tempo liturgico e fine. E quindi la maggioranza dei cattolici non sa più fare attenzione alla gerarchia che giustamente la Chiesa tributa ai Santi e non coglie più l’importanza di questi araldi del Signore.

Corpus Domini e Sacro Cuore

Lasciamo per ultima la festa del Corpo di Cristo non certamente per diniego, ma solo per il fatto che, essendo una festa di idea, ci pareva doveroso lasciare prima il posto agli eventi della vita di Cristo che fondano l’economia della salvezza. La festa è stata istituita da Papa Urbano IV nel 1264 con la Bolla Transiturus de hoc mundo fissandola al giovedì dopo l’Ottava (guarda caso!) della Pentecoste. Nei secoli seguenti (solo nel 1856) fu istituita la festa del Sacro Cuore di Gesù volutamente messa al venerdì seguente l’Ottava del Corpus Domini. Si legava così il Cuore al Corpo. Dal punto di vista cronologico è vero che non possiamo determinare una stretta correlazione tra le due feste, ma lo possiamo fare dal punto di vista teologico-dogmatico nell’ordine stesso dalla loro istituzione; prima viene il Corpo poi il Cuore.

Così si mettono in risalto alcuni elementi. 1) La collocazione del Corpus Domini al giovedì lega tale festa di “idea” ad un evento che è quello della Coena Domini. 2) Dare un Ottava al Corpus Domini vuol dire sottolineare la Presenza reale di Cristo nel Sacramento come fonte e culmine della vita cristiana: Eucarestia come Sacrificio (Coena Domini) e come Sacramento (Corpus Domini) strettamente congiunti. 3) Ponendo la festa del Sacro Cuore subito alla fine dell’Ottava del Corpo si evidenziava che tale solennità doveva essere intesa come festa eucaristica e non fine a se stessa. 4) Ciò avrebbe dovuto liberare la festa del Sacro Cuore (festa di idea come, se non di più, della precedente) da possibili contagi di devozionalismo e spiritualismo.

Processione del Corpus Domini, codice di Valois

– Ma togliendo l’Ottava è proprio quello che è successo. Non entriamo nel merito delle feste di “idea” o delle loro Ottave, ma prendiamo il fatto in sé: ci sono, hanno un contenuto, si celebrano. Ci piace invece sottolineare come in passato ci siano state alcune accortezze che hanno per lo meno aiutato a frenare certe derive, ma che poi questi accorgimenti sono stati omessi e la deviazione si è palesata. Difatti oggigiorno la festa del Cuore di Cristo è slegata dal Corpo4 e con esso alla Coena Domini: l’infinita carità di Gesù, simboleggiata dal Suo Cuore, si è manifestata non tanto quando ha voluto essere trafitto per noi, ma specialmente in quella notte in cui fu tradito nella quale non solo anticipa il Suo Sacrificio, ma ce lo consegna: ci dona il Suo Corpo, il Suo Sangue. Questo è il frutto più prezioso di quel cuore palpitante del Signore. E non il sentimentalismo del “Gesù pio”, del “Gesù buono”, del “Gesù caro”, del “Gesù dolce”. Tolta l’Ottava al Corpus Domini si è tolto l’unico appiglio liturgico-teologico per rendere più coerente ed armoniosa anche la festa del Sacro Cuore.

Conclusioni

Dopo questo lungo post (che completa la triade) dobbiamo trarre un epilogo. Sarà breve. L’unica conclusione possibile è questa: che, seguendo l’esempio liturgico tradizionale della Chiesa come testimoniato dal Messale precedente alla riforma del 1955, si ripristinino ovunque tali Ottave, ma specialmente quelle dell’Epifania e dell’Ascensione (quest’ultima da fare al giovedì, se no casca il palco!) con il loro grado proprio. È davvero grave che la Chiesa tutta non celebri questi giorni -tra quelli Santissimi menzionati dal Canone- per otto giorni, ma che tutto finisca lì, a quella giornata. Quanto giovamento trarrebbe la Chiesa nel tornare alla sapienza teologica e spirituale della liturgia tradizionale!

  1. Vi è una precedenza cronologica della prima sulla seconda (l’Epifania inizia, infatti ad essere celebrata nel III secolo, mentre in Natale nel IV). ↩︎
  2. Formulazione perfetta, tra l’altro, contro il rischio di qualsiasi docetismo e/o arianesimo. ↩︎
  3. Elementi che il Rito antico declina con ordine al 6 gennaio, alla festa del Battesimo e alla prima domenica dopo di essa quando si legge sempre il Vangelo di Cana. ↩︎
  4. Un episodio divertente. Tempo fa in un paese del Friuli si festeggiava il Sacro Cuore con una processione. Veniva portata la statua del Sacro Cuore, ma anche il Ss.mo Sacramento. Ad un certo punto, non si sa perché, il sacerdote omise di portare il Ss.mo. Un parrocchiano sbottò: “Che senso ha la processione del Sacro Cuore se non si porta il Ss.mo? Forse che vale più una statua della realtà?”. Chapeau al parrocchiano teologo. Difatti nel Tirolo, dove è molto sentita la festa del Sacro Cuore per un voto fatto contro le minacciose truppe napoleoniche, semplicemente si bissa la processione del Corpus Domini: tale e quale! ↩︎

Una replica a “Sulle Ottave – Parte 3”

  1. Secondo me, l’omissione più grave è proprio quella dell’ottava dell’Epifania, che poi nel rito nuovo si traduce anche nello spostamento del battesimo alla domenica, con conseguente accorciamento del tempo natalizio. L’ottava dell’Ascensione, almeno per chi segue il calendario e le rubriche giovannee, seppur abolita de jure, è almeno conservata de facta, ripetendo la Messa dell’Ascensione fino alla (altrettanto depauperata) vigilia della Pentecoste.
    Poi, ovviamente per chi segue il calendario nuovo, è ancor più grave l’aver eliminato l’ottava di Pentecoste (con annessa leggenda della lacrimatio di Paolo VI).
    A tal proposito, sarebbe interessante una serie di articoli simile a questa a riguardo delle vigilie, e su come il loro significato sia cambiato da giorno penitenziale precedente la festa a Messa vespertina (orrore nella concezione tradizionale) già festiva

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