Agli affezionati alla messa celebrata secondo il Rito Tridentino, sarà potuto capitare di assistere più di una volta alle processioni all’inizio e alla fine della messa in cui è presente, dietro al turiferario, la croce astile affiancata dai due accoliti con i lumi accesi. La presenza della croce astile costituisce sicuramente un elemento che arricchisce questa “processione” e che spesso i “tradizionalisti” apprezzano in quanto, come tutti sappiamo, la croce non soltanto è il simbolo della vittoria sulla morte, ma costituisce anche un chiaro rimando a quello stesso divin Sacrificio che si attua appunto sull’altare verso il quale la processione si sta dirigendo. Non sempre, però, ad una innegabile bellezza estetica fa riscontro una correttezza liturgica e quello dell’uso della croce astile costituisce uno di questi casi.
Con questa affermazione non intendiamo certo trasmettere il messaggio che l’uso della croce astile vada soppresso del tutto, bensì vorremmo sollevare una questione, esortando ad intraprendere un’analisi precisa e accurata che possa chiarire in quali occasioni e chi abbia diritto alla croce in processione. Ben inteso, ogni contributo dei lettori su un argomento così poco trattato è più che bene accetto!

Le “processioni d’ingresso”1

Sarà innanzitutto estremamente interessante notare che la cosiddetta “processione d’ingresso” che si esegue puntualmente nelle celebrazioni liturgiche romane di fatto non è normata, né prescritta, né menzionata in quasi nessun testo. Potrà sembrare strano, ma per quanto riguarda le messe solenni (e di conseguenza le cantate2) le processioni prima della messa non sono citate in nessuna rubrica del messale, né in alcun decreto, cerimoniale o manuale antico. La ragione, presto detta, è che tali processioni d’ingresso non esistono o, per dirla meglio, non sono delle vere processioni. Un’attenta analisi a quelli che sono i decreti emessi dalla S.R.C. e ai manuali cerimoniali, ci permetterà di comprendere come con il termine “processioni” ci si riferisce solitamente a quelle grandi processioni che si svolgono in alcune specifiche occasioni durante l’anno e che prevedono, non sempre, certo, ma nella maggior parte dei casi, l’uscita dalla chiesa (in ogni caso è sempre prevista l’uscita dal presbiterio, cosa che non sempre avviene all’inizio delle funzioni nei casi in cui la sagrestia abbia un accesso diretto anche o solo sul presbiterio).

L’unica “processione d’ingresso”, che si svolge effettivamente prima dell’inizio della messa all’interno della chiesa e nella quale è esplicitamente previsto l’uso della croce, riguarda la messa pontificale, quando il vescovo si avvia verso l’altare3. L’accesso all’altare previsto, invece, per le messe solenni celebrate da un semplice sacerdote è normato dalle rubriche stesse del messale tradizionale: In Missa sollemni […] Ipse (Sacerdos) autem procedit cum Diacono et Subdiacono, qui capite cooperto simul cum eo tenent manus junctas ante pectus; Acolythi vero ante eos deferunt candelabra cum candelis accensis, quas deinde collocantur super Credentia: et cum pervenerit ante infimum gradum Altaris, ibi medius inter Diaconum a dexteris, et Subdiaconum a sinistris, antequam ascendat ad Altare, facit cum ipsis (ut infra) Confessionem4. Il messale romano, quindi, non solo non nomina la presenza della croce, ma nemmeno quella del turibolo e questo proprio poiché non si parla di una processione, bensì del solo spostamento dalla sacrestia all’altare. Solamente la presenza degli accoliti con i lumi, in onore al sacerdote, è esplicitamente prevista. A dare manforte alle rubriche del messale, giungono in soccorso anche i più noti manuali di cerimonie, tra i quali:

  1. il Baldeschi, nel quale non solo non compaiono indicazioni per il crocifero, ma che nelle stesse istruzioni per il turiferario non nomina neanche la sua presenza con il turibolo nell’uscita dalla sacrestia (“2. Al principio della messa apparecchia il fuoco nel Turibolo, finita la confessione, s’accosta all’altare…”5);
  2. il Martinucci, nel quale si tratta soltanto delle grandi processioni esterne (nelle quali, come già detto, è previsto l’uso della croce – e in verità di più croci, dal momento che proprio le croci costituivano le insegne dei capitoli)6 e nel quale viene esplicitato anche l’accesso all’altare a mani giunte del turiferario (che dunque non porta il turibolo, non essendoci alcuna “processione”)7;
  3. il Fortescue che, unico appiglio per cercare di difendere l’uso della croce in queste “processioni” (scrive, infatti, “there is no rule against the cross being carried in front of the procession”), tuttavia, comincia a trattare l’argomento8 chiarendo che “at Rome it is not the custom that a processional cross be borne before the procession to the altar […]; so the Roman books of ceremonies do not usually speak of it”. Inoltre, la giustificazione a queste processioni con la croce astile che emerge dallo scritto di Fortescue è basata su una questione di costume – “in many churches this is the custom”, scrive – così come allo stesso modo giustifica l’uso di uscire con il turibolo fumigante proprio scrivendo “if it is the custom of the church […] the celebrant will put the incense in the thurible and bless it the usual way”, sebbene sia lui stesso poi a notare in nota che “Martinucci does not allow this; I, ii, p.34, n.2”. Inoltre è innegabile che vi siano spesso buone ragioni per difendere un costume di uso antico, secolare e consolidato anche contro eventuali recenti decreti o rubriche esplicite, ma non è questo il caso, giacché sembra trattarsi di un argomento che ha iniziato a interessare la trattazione liturgica solamente a partire dal XX secolo, un secolo in cui ormai imperava la decadenza liturgica in molteplici ambiti. Viene quindi da chiedersi se forse le affermazioni dell’autore britannico (per cui si specifica appunto che questo non è un uso romano e che si basa su un costume locale tutto sommato recente) non siano alla fine quasi più utili alla tesi contraria a questa usanza moderna!

Questi esempi, specialmente se uniti alle esplicite rubriche del messale romano, sono dunque sufficienti per concludere che tradizionalmente non esiste alcuna processione con croce e candelieri, che abbia il semplice scopo di congiungere la sacrestia con l’altare. Questa processione d’ingresso è, con grande sorpresa per molti “tradizionalisti”, prescritta in modo sostanzialmente esplicito soltanto nel messale novus ordo riformato9!

Il suddiacono con la croce velata di fronte alla porta della chiesa nella domenica delle Palme

Quando si usa, allora, la croce?

Chiarita la questione delle “processioni d’ingresso”10, ci pare d’uopo ora chiederci, però, in quali messe sia effettivamente prescritto l’uso della croce astile. La risposta, di per sé, è riassunta da un decreto della Sacra Congregazione dei Riti: “Q.: Quomodo sit interpretandum Caerimoniale Episcoporum quoad Cruci delationem in Processionibus ac potissimum die omnium Fidelium defunctorum, Purificationis et Dominica Palmarum, assistente nimirum Episcopo? […]” R: “Caerimoniale Episcoporum interpretatione non indiget, et sub respectivis capitibus aperte declaratoria a quo, et qua sacra veste induto, deferenda sit Crux; niminum in die Purificationis, Dominica Palmarum, Feria V in Coena Domini, Feria VI in Parasceve a Subdiacono diverso a Ministrante, amicto Tunicella aut Planeta plicata, prout exigit sacrae actionis qualitas: die vero Commemorationis omnium Fidelium defunctorum, a Subdiacono Missae”11.

In sostanza la croce astile deve essere portata in tutte quelle funzioni che prevedono una processione di uscita dalla chiesa (rogazioni, Candelora, Palme, Corpus Christi…), nelle messe da Requiem all’assoluzione al tumulo, nelle processioni interne del Giovedì e Venerdì Santo e in tutte quelle cerimonie e funzioni ove è esplicitamente riportata la presenza del crocifero.

Rogazioni

Conclusioni

Questa breve riflessione è una buona occasione per spingerci sempre di più ad approfondire la nostra conoscenza liturgica, al fine di correggere quegli errori più o meno grandi che troppo spesso si vedono nelle funzioni di molti cosiddetti “tradizionalisti”: la liturgia è un dono divino che si è formato in modo organico e che ci è stato trasmesso dalla sapiente Tradizione della Chiesa e proprio per questa ragione è necessaria la massima cura e attenzione perché, come diceva don Giuseppe Baldeschi, “La esattezza delle Sacre Cerimonie dà tale risalto e maestà all’ecclesiastiche funzioni, che ne restano eccitati a divozione non meno i fedeli, che i nemici stessi della cattolica religione. Ben ce ne rende testimonianza s. Agostino (Lib. IX Confess.), il quale protesta di aver ricavato gran frutto, gran sentimento di compunzione e molte lagrime di tristezza quando, ancor laico, si trovava presente alle funzioni della chiesa, le quali rappresentano più al vivo colla varietà delle sacre cerimonie, colle genuflessioni, cogli inchini, cogl’incensi, il culto che rende la corte celeste a Dio sedenti super thronum, et Agno: e ben molte volte è accaduto, che grandi personaggi contrari a noi di fede, essendosi abbattuti a vedere le sacre funzioni celebrate con quella maestà e raccoglimento, con quell’esattezza dei sacri riti, che si conviene, abbiano aperto gli occhi alla luce della vera fede, e riconosciuta la santità della nostra religione”.

  1. Il tema delle processioni è molto vasto, complesso e importante e può offrire numerosi spunti di riflessione liturgici e teologici: pertanto, nostra intenzione è quello di approfondirlo in futuro, dedicando uno spazio tutto dedicato a questo argomento. ↩︎
  2. Sarà nostra cura pubblicare in futuro un articolo che chiarisca la natura della messa cantata come “diminuzione” della messa solenne. ↩︎
  3. Deinde, finita Tertia, et parato Episcopo, cum solitis caeremoniis procedetur ad altare processionali modo ; quo casu Canonici parati, ut supra, antecedent Episcopum immediate. Crux vero Capituli deferatur per alium subdiaconum paratum tunicella inter duos ceroferarios, praeeunte acolytho cum thuribulo et navicula, ante omnes beneficiatos, aliosque de clero illius Ecclesiae. Sed, si celebrans erit Archiepiscopus, crux archiepiscopalis defertur per subdiaconum, ut supra, ante Canonicos paratos tantum, non autem ante alios de clero, imagine Crucifixi ad illum conversa– Caerimoniale Episcoporum, Liber I, c. XV, 8 ↩︎
  4. Missale Romanum, Ritus servandus in celebratione Missae, II, 5 ↩︎
  5. G. Baldeschi, Esposizione delle sacre cerimoni, delle messe, e vespri solenni, tomo II, Roma 1823, p.15 ↩︎
  6. P. Martinucci, Manuale Sacrarum Caeremoniarum in libros octo, lib. I, Romae 1879, pag. 65 ↩︎
  7. Sese acolythis adiunget, quibus praeibit manibus iunctis in accessu ad Altare“, Ibidem, pag. 80 ↩︎
  8. A. Fortescue, The ceremonies of the Roman Rite described, London 1920, pag. 86 ↩︎
  9. Nell’Ordinario Generale del Messale Romano, la processione con croce e candelieri prima della messa viene prescritta nei punti 120–123 per una messa senza il diacono, ai punti 171–174 per una messa con il diacono; e ai punti 210–211 nei casi di una messa “”concelebrata””.  ↩︎
  10. In alcuni riti non-romani (a.e. nel rito ambrosiano) sono previste, avanti alla messa, alcune processioni, ma solo in specifiche date e con un rito definito ed arricchito di stationes ↩︎
  11. Decr. 2646, n.1 ↩︎

Una replica a “Croce astile… sì, no, forse?”

  1. Grazie. Complimenti per le spiegazioni molto chore e precise.

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