La festa della Purificazione della B.V. Maria ci consente di parlare attorno alla preziosità della cera per la liturgia. Non trattiamo dell’uso delle candele nel Rito romano1, quanto della dignità della cera per la liturgia e di come quest’ultima ne canti la lode.

Sappiamo che la cera d’api è prescritta per le candele dell’Altare e, in generale, per tutte le candele di uso liturgico. Vale la pena rammentare alcuni decreti della S. Congregazione dei Riti a tal riguardo, ma prima ancora quanto afferma il Cerimoniale Episcoporum quando, parlando dei candelieri e della loro qualità, prescrive che vengano posti “super illis cerei albi2. Vero è che il CE non specifica di che qualità debba essere la cera, ma è oltremodo evidente che si parli di quella delle api, tra tutte la più preziosa delle cere naturali, adattissima per il culto della Chiesa, da sempre utilizzata da molti popoli anche per la sua diffusione capillare.

Alla mancanza del CE supplisce la S.C.R. Nel 1904 diversi Ordinari, i quali faticavano a trovare cera d’api per le candele dell’Altare, ponevano alla Sede Apostolica due Dubia: “«Candelae super Altaribus ponendae, omnino et integre ex cera apum esse debeant; an vero esse possint cura alia materia seu vegetali seu animali conimixtae?3»”. La risposta fu: “Attenta asserta difficultate, negative ad primam partem: affirmative ad secundam, et ad mentem. Mens est, ut Episcopi pro viribus curent, ut cereus paschalis, cereus in aqua baptismali immergendus, et duae candelae in Missis accendendae, sint ex cera apum, saltem in maxima parte; aliarum vero candelarum, quae supra Altaribus ponendae sunt, materia in maiori vel notabili quantitate ex eadem cera sit oportet4. Dacché si evince che (oltre ai ceri pasquali che devono essere di cera d’api) sull’Altare almeno due candele (almeno non vuol dire “solo”) devono essere di pura cera o in massima parte di essa (che vuol dire in larga, abbondante misura: la cera d’api deve essere la maggior parte della candela).

Inoltre la S.C. dei Riti risponderà altresì negativamente alla domanda se si possono sostituire le candele con lampade ad olio per l’adorazione del Ss.mo (e quindi ancor di più per la S.Messa), senza possibilità di indulto alcuno!5 Tollererà, invece, i cd. apparecchi “a molla”6, in quanto pur essendo artifizi scenici al suo interno vi sono vere candele che ardono e si consumano.

Ma perché tanta attenzione e cura riguardo alla cera d’api?

Due premesse di carattere generale sono necessarie. La prima è data dal significato mistico delle api7 alla cui simbologia cristianizzata ci dobbiamo rapportare per comprendere la preziosità della cera. Alcuni semplici esempi.

Per Sant’Atanasio le api rappresentano la Chiesa stessa8; Sant’Ambrogio paragona la Chiesa alla società perfetta, laboriosa, ordinata e fruttifera dell’alveare9 (significati che recepirà secoli dopo anche la scienza araldica10). Una citazione d’obbligo è quella di S.Anselmo di Canterbury che consente a noi di fondare e giustificare il binomio liturgico tra cera d’api e candele: “In cereo quippe tria offeruntur cera, lychnus et flamma: cera, quam apis virgo confecit, significat Christi carnem, quam virgo Maria genuit ; interior autem lychnus, animam; flamma vero superior, divinitatem11. Così la candela diventa simbolo di Gesù Cristo12.

Con un netto balzo temporale consideriamo il Pontefice romano Pio XII il quale disserterà sulle api in due allocuzioni (nel 1947 e nel 1958) parlando alle Associazioni degli apicoltori. Nel Discours aux participants au XVIIe Congrès International des apiculteurs del 22 settembre 1958, così si esprimeva: «Leur cire — la principale cire animale — est l’œuvre de ces ouvrières infatigables. Si l’on songe que les cierges destinés à l’usage liturgique doivent être faits, en tout ou en majeure partie, avec cette cire […] l’on admettra aisément que les abeilles aident en quelque sorte les hommes à accomplir leur devoir suprême, celui de la religion»13. La cera d’api è elevata ad elemento materiale che aiuta l’uomo addirittura nello svolgere il suo dovere supremo che è quello della religione (diremmo non a caso, vista la necessità delle candele per il Culto Divino).

La seconda premessa è data dalla composizione stessa dell’elemento cereo ed allo stesso tempo dall’universalità della sua diffusione. Tra tutte le cere naturali quella d’api, come affermava il Pastor angelicus, è la principale. Essa è la più nobile delle cere naturali a motivo della purezza delle api, così come per la particolare struttura molecolare di questa cera. L’ape infatti è pura, vergine, monda: sia per il modo in cui vive -la cultura popolare sa che l’ape è un animale pulito- e secerne la cera, sia per la semiotica. Poco importa che l’ape sia sterile e che solo la regina si riproduca: l’ape virginea produrrà cera virginea. A riguardo della composizione della cera facciamo riferimento, seppur a volo d’uccello (anzi, d’ape!), ad uno dei massimi entomologi a livello internazionale, il prof. mons. Frilli F. (1936-2023)14 il quale ci fornisce una spiegazione sufficiente al nostro tema:

“La cera è costituita da una miscela molto complessa di sostanze chimiche organiche, in cui predominano acidi grasssi, alcoli a lunga catena e i loro esteri. Le sostanze che compongono la cera sono pressoché insolubili in acqua e dotate di notevole inerzia chimica. […] La cera si raccoglie in scagliette […] il cui aspetto ripete quello degli specchi. Successivamente esse vengono rimosse con l’aiuto delle spazzole delle zampe posteriori, vengono afferrate con le zampe anteriori e con le mandibole, per essere modellate e quindi utilizzare per la costruzione dei favi. […] Ogni scaglia di cera, dello spessore di circa mezzo millimetro, pesa in media soltanto 0,8 mg: ne occorrono dunque 1.250.000 per formare 1kg di cera!”15.

Poste queste melliflue premesse ci chiediamo: la liturgia cosa afferma della cera d’api? Sarà interessante notare come Essa non faccia elogi alle candele in quanto tali, ma tessa le lodi della cera con la quale esse vengono realizzate. Proponiamo alla riflessione del lettore tre testi in cui la Chiesa canta ed esalta la cera d’api procedendo con un climax liturgico secondo l’importanza dei testi.

  • BENEDICTIO APUM. La preghiera del Rituale, dopo aver rievocato che Dio ha riempito la terra di animali di ogni genere, ricorda che “jussisti per ministros sacrosantae Ecclesiae cereos, ex operibus apum eductos, in templo, dum sacrum peragitur ministerium, in quo conficitur et sumitur sacrosantum Corpus et Sanguis Jesu Christi Filii tui, accendi16. La preghiera di benedizione fa un’interessante correlazione analogica tra il prodotto delle api e il “prodotto” della liturgia. Le api hanno prodotto la cera; da quest’ultima vengono realizzate le candele come Dio ha comandato di fare17; questi ceri sono da utilizzare accesi mentre la Chiesa compie l’atto più solenne del sacro ministero ovvero quando “conficitur” il Corpo ed il Sangue di Gesù. L’analogia, seppur semplice, non fa altro che richiamare alla mente l’immagine delle api che la Chiesa conosce. Il Cristo è colui che, governando l’alveare della Chiesa come vero Re di tutti i suoi operai, offre se stesso, il frutto del suo lavoro: come le api che non lavorano per sé, ma per altri e consumano la loro vita per le larve, così Cristo offre la consumazione della sua vita per i piccoli del Regno dei cieli (cf. Gv 10,15).
  • BENEDICTIO CANDELARUM IN FESTO PURIFICATIONIS B.V.M. Concentriamo la nostra attenzione sulla prima orazione. Mentre le altre parlano dei significati delle candele (simbolo della vera luce che è Cristo, della fiamma dello Spirito Santo, della verità, della luce eterna del Paradiso), la prima si concentra sulla cera: “Domine sacnte, Pater omnipotens, aeterne Deus, qui omnia ex nihilo creasti, et jussu tuo per opera apum, hunc liquorem ad perfectionem cerei venire fecisti18. Significativo quello che la Chiesa professa: è essa stessa che ha portato a perfezione la cera nella realizzazione del cero: la candela è la finalizzazione perfetta del liquore cereo. Così la Chiesa canta l’opera delle api che hanno prodotto la cera a servizio inconsapevole del culto. Quello che diceva Pio XII lo diceva già secoli prima questa orazione. Le api con la loro cera rendono un servizio al Culto divino il quale, in qualche modo, eleva e rende soprannaturale l’uso di questo elemento19.
  • LAUS CEREI. Tale è un altro modo di nominare il Preconio pasquale: la lode del cero. La Chiesa tesse gli elogi del cero pasquale e lo fa richiamando alla mente per due volte l’opera delle api. Nel primo caso la Chiesa offre il sacrificio vespertino “quod tibi in hac Cerei oblatione solemni, per ministrorum manus de operibus apum, sacrosanta reddit Ecclesia20. Ma ancora di più, come afferma il titolo di questo post, l’Exultet esclama: “Alitur enim liquantibus ceris, quas in substantiam pretiosae hujus lampadis, apis mater eduxit21. L’ape madre ha prodotto una sostanza eccellente che è alla base del cero pasquale. La liturgia non ha reticenze nel proclamare preziosa la cera, poiché con essa, grazie alle api, è stato reso possibile fabbricare questo cero che nella Santa Veglia pasquale la Chiesa consacra e benedice memore delle meraviglie delle opere compiute da Dio. La comunità ecclesiale, consacrando il cero, auspica che esso distrugga le tenebre della notte, si mescoli con le luminose stelle del cielo, sia trovato acceso dalla Luce vera che è Cristo Gesù, vera Luce del mondo (cf. Gv 1,9;8,12; 12,46): lui che ritornato dalla morte ha illuminato il genere umano è la sola ed unica vera Luce radiosa, preconizzata dalla luce del cero e della preziosa cera che lo compone.

Auspichiamo infine che con questo post si ravvivi nei Parroci e nei rettori di chiese l’uso della cera d’api per le candele liturgiche. Non è scusabile la giustificazione di una difficile reperibilità di tale elemento materiale tenendo anche conto delle concessioni della S.C. dei Riti22. Si devono evitare in modo assoluto le finte candele con gli apparecchi ad olio o ancora peggio a paraffina liquida che molti definiscono cera liquida (sic.!) quando delle api non hanno visto nemmeno l’ombra!

Tutto ciò va a maggior gloria del Culto divino e quindi di Dio stesso che dobbiamo onorare con quanto egli stesso ci ha dato nell’opera della creazione di cui le api, con la loro vita soave e lieve, rappresentano un elemento prezioso, nobile e significativo.

  1. Per una veloce trattazione vedasi EDWIN R., Candles in the Roman rite, Baltimore, 1933. Oltre che alla benedizione delle candele del 2 febbraio esse fanno la loro comparsa nel Culto in svariate occasioni sia nei Sacramenti, sia nei sacramentali. Ad esempio: per il conferimento degli Ordini maggiori gli eletti recano in mano una candela accesa così come alcune candele vengono offerte al Vescovo durante l’Offertorio in occasione della Consacrazione episcopale. Tra i sacramentali evidenziamo la benedizione della donna dopo il parto la quale, tenendo la stola del sacerdote con una mano e con l’altra una candela accesa, fa il suo ingresso nel Tempio sacro per la lode. Per non dire della diffusissima benedizione della gola con le candele il giorno di S.Biagio. ↩︎
  2. CERIMONIALE EPISCOPORUM Clementis VIII, Innocentii X et Benedicti XIII p. jussu editum Benedicti XIV et Leonis XIII auctoritate recognitum. I, XII, 1, Taurini, 19483, 38. Specifica inoltre che per l’Ufficio e le Messe dei defunti le candele debbano essere di cera comune, ovvero gialla, ovvero non sbiancate: cf. Ibidem, II, X, 2.4; II, XI, 1. Si afferma chiaramente a proposito del Vespro e del Mattutino dei Defunti dopo i Vespri di Tutti i Santi che “videlicet, remotis albis, apponi ex cera communi” (I, X, 2). ↩︎
  3. DECRETA AUTENTICA SACRARUM CONGREGATIONUM RITUUM, ex actis eiusdem collecta eiusque acutoritate promulgata sub auspiciis SS. Domini Nostri Pii Papae X. VI. (Appendix 1). 4147, Romae, 1912, 53. ↩︎
  4. Ibidem, 53. ↩︎
  5. DECRETA AUTENTICA SACRARUM CONGREGATIONUM RITUUM, ex actis eiusdem collecta eiusque acutoritate promulgata sub auspiciis SS. Domini Nostri Leonis Papae XII. II. 3173, Romae, 1898, 461. ↩︎
  6. “«An tolerari possit usus cereorum fictorum ex metallo, in quibus machina quadam introducitur cereus?» […] «Tolerari posse»”: DECRETA AUTENTICA SACRARUM CONGREGATIONUM RITUUM, ex actis eiusdem collecta eiusque acutoritate promulgata sub auspiciis SS. Domini Nostri Leonis Papae XII. III. 3448.13, Romae, 1900, 92-93. ↩︎
  7. Da sempre l’uomo ha tributato alle api e alla cera caratteristiche simboliche, esoteriche e mistiche: dagli egizi ai greci, dall’arte figurativa alla poesia, dai culti pagani a quelli cristiani, le api hanno sempre fatto parte dell’eredità antropologica. Una fruibile ed interessante panoramica la si può rinvenire in https://www.apicolturaonline.it/lett.htm (consultato il 1° febbraio 2025). La Fede purificherà ed eleverà tutte queste concezioni rendendo ad esse il giusto valore nella comprensione cristologia delle candele di cui parliamo subito sotto. ↩︎
  8. Apis est Ecclesia: mel autem operatur, quae Dei sapientiam plurimi facit. Cujus labores tam reges quam privati ad sanitatem afferunt, etiamsi infirma erit […]. Attamen spiculum habet in ostensionem spiritus et virtutis Dei, cum fidei sermonem habeat; ita ut hereses, ceu vespas de medio tollat, dissecans illas argumento veritatis. Sola apis est quae sapientiam Dei honorat“: S. ATHANASIUS, Expositio in Psalmum CXVII, in MPG27, Parisiis, 1857, 478. ↩︎
  9. Magna hac, sed quanto in apibus praeastantiora, quae solae in omni genere animantium communem omnibus soboiem habent unam omnes incolunt mansionem, unius patriae clauduntur limine, in commune omnibus labor communis cibus, communis operatio, communis usus et fructus est communis volatus. […] Ipsae sibi regem ordinant, ipsae sibi populos creant : et licet positae sub rege, sunt tamen liberae. […] Quis architectus eas docuit hexagonia illa cellularum indiscreta laterum equalitate componere, ac tenues inter domorum septa ceras suspendere, stipare mella, et intexta floribus horrea nectare quodam distendere? Cernas omnes certare de munere, alias invigilare quaerendo victum, alias sollicitam castris adhibere custodiam, alias futuros explorare imbres, et speculiari concursus nubium, alias de floribus ceras fingere, alias rorem infusum floribus ore colligere ; nullam tamen alienis insidiari laboribus, et rapto vitam quaerere : atquae utinam raptorum insidias non timerent“: S. AMBROSIUS, Examaeron liber V. Sermo VIII. Caput XXI, in MPL014, Parisiis, 1882, 248-250. ↩︎
  10. In araldica l’ape è l’emblema della laboriosità, della dolcezza e del lavoro; “Ape. Emblema dell’industria e della parsimonia. Il suo smalto più usato è l’oro, e si rappresenta montante colle ali aperte”: GUELFI CAMAJANI G., Dizionario Araldico, Milano, 1921, 39. Sono note quelle dei Barberini (in origine Tafani nel nome e nel blasone) e un po’ meno quelle di Napoleone. ↩︎
  11. S. ANSELMUS, Homilia VI. In Evangelium secundum Lucam, in MPL158, Parisiis, 1863, 627. ↩︎
  12. Questo ci consentirebbe anche di spiegare perché si usino le candele nella liturgia e non lampade. Oltre per il fatto che le candele sono un’invenzione propriamente cristiana (attestabili dall’VIII sec.), la differenza sta che nel Culto tutto deve essere “sacrificato”: la lampada anche ad olio non è adatta in quanto arde, ma non si consuma, mentre la candela arde e si consuma. Ma non possiamo trattare qui del significato mistico delle candele poiché è un altro argomento, affine, ma differente. Qui basti quello che dice sempre il Santo aostano con la citazione biblica che regge poi il discorso sul significato delle candele: “Ego lux in mundum venit ut omnis qui credit in me in tenebris non maneat (Joan. xii, 46). Unde pulcher Ecclesiae mos inolevit ut fideles in hac celebritate cereos sive candelas efferant. Nam quia Christus hodie in templo est oblatus, ipsi mystica oblalione suam hoc ipsum repraesentant; dum singulis recorrentibus annis ad domum Dei cereos in hac die portant. Cereus enim, vei candela, Christum significat“: Ibidem, 627. ↩︎
  13. https://www.vatican.va/content/pius-xii/fr/speeches/1958/documents/hf_p- xii_spe_19580922_congr-apicoltori.html (consultato il 1° febbraio 2025). ↩︎
  14. Sacerdote dell’Arcidiocesi Metropolitana di Udine, Magnifico Rettore dell’Università udinese dal 1983 al 1992. ↩︎
  15. FRILLI F. – BARBATTINI R.- MILANI N., L’ape. Forme e funzioni, Bologna, 2001, 88-89. La ricca bibliografia apposta consente al lettore di spaziare scientificamente nel mondo delle api; oppure si consultino le innumerevoli pagine del web su tale argomento. ↩︎
  16. RITUALE ROMANUM Pauli V Pontificis Maximi jussu editum et a Benedicto XIV auctum et castigatum, Tornacii, 1902, [54]. ↩︎
  17. Il riferimento è a Mosè: cf. Nm 8,1-4; Lv 24, 2-4. Tale cenno ritorna nella quarta orazione della benedizione del 2 febbraio. ↩︎
  18. MISSALE ROMANUM ex decreto Sacrosanti Concilii Tridentini restitutum, S. Pii V Pontificis Maximi jussu editum, aliorum Pontificum cura recognitum a Pio X reformatum et Benedicti XV auctoritate vulgatum, Mediolani, 1945, 502. ↩︎
  19. Non dimentichiamo che la festa del 2 febbraio era l’occasione, in molti luoghi, per benedire le candele da adoperarsi per tutto l’anno liturgico. In effetti meglio che la preghiera del rituale per la benedizione delle candele, vi sono queste in quanto più orientate al significato liturgico. ↩︎
  20. MISSALE ROMANUM ex decreto Sacrosanti Concilii Tridentini restitutum, 207. ↩︎
  21. Ibidem, 208. ↩︎
  22. Un’ultima legislazione, che sa però di “adattamento”, è quella del 13 dicembre del 1957 con la quale la S.C. dei Riti da un lato stabilisce che siano le Conferenze episcopali a stabilire la percentuale di cera da avere nelle candele, dall’altro apre all’olio di oliva ed altri olii naturali: cf. ASS 50 (1958), 50-51. Nei vecchi decreti non si parla mai di olio di oliva per le candele, anzi, è vietato (vedi sopra). Come giustificare questa concessione? La più ampia diffusione dell’olio rispetto alla cera? Impossibile: l’olio di oliva era (ed è) coltivato solo nei paesi più caldi, mentre le api abitano qualsiasi clima temperato. E se oggi è diffuso ovunque grazie al commercio così un tempo non era. Forse perché l’olio era più economico? Giammai. Chi ha i capelli un po’ bianchi sa che almeno qui da noi, nel Nord Italia, non si è visto olio di oliva in maniera capillare fino al boom economico, venendo usato invece il più abbordabile olio di colza. Quindi se nemmeno per il cibo si usava l’olio EVO figuriamoci per le candele!! E quali altri oli sono permessi? Forse che le conferenze episcopali, come su tante cose, possono adattare a piacere? Facile purtroppo. E difatti dall’olio di colza, palma, palmisto, cocco ecc. alla paraffina il passo è breve! ↩︎

Una replica a ““In substantiam pretiosae huius lampadis””

  1. L’articolo parla di candele e non di lampade, ma avrei una domanda su queste ultime: le lampade a olio da collocarsi vicino ai tabernacoli e che devono sempre ardere in presenza del Santissimo (e in cui è anche prescritto di bruciare l’olio vecchio il giovedì santo quando si fa il nuovo) sono un’invenzione della riforma liturgica o un recupero di una tradizione precedente?

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