Sebbene oggi nel mondo latino vi siano principalmente due modi di celebrare la messa, cantata o letta, è risaputo che originariamente la liturgia veniva unicamente cantata: tutti i servizi liturgici erano cantati nei primi secoli e così avviene ancora oggi nelle Chiese ortodosse1. Nel mondo latino, invece, dal Medioevo si è incominciata a diffondere una forma della messa letta, da alcuni chiamata “privata”. In realtà, la messa “privata”, in opposizione al carattere “pubblico” della liturgia, cominciò a svilupparsi già dal IV secolo e lo stesso S. Agostino ce ne dà testimonianza2, ma si trattava comunque di funzioni cantate. Furono ragioni pratiche legate all’uso (assolutamente lodevole) di offrire liturgie quotidiane, unito agli impegni stringenti di alcuni ordini religiosi impegnati nelle opere di carità e di assistenza, a determinare la necessità di celebrare liturgie che fossero più brevi: così, per nulla togliere alla struttura e alle parti del rito, si incominciò a diffondere l’uso di recitare le messe private senza canto e senza lumi, incenso e ministri sacri.
Tuttavia, è bene sottolineare come le sacre funzioni abbiano, per loro propria natura, uno scopo pubblico e del resto la stessa parola “liturgia” ci testimonia questa caratteristica: il termine greco “λειτουργία”, infatti, deriva da “λήιτον” (il luogo degli affari pubblici, frequentato dal “λαός”, il popolo) ed “ἔργον” (l’azione, l’opera) e significa quindi un’azione svolta a vantaggio del popolo. Come è noto, infatti, nell’antica Atene con il termine di liturgie ci si riferiva a tutti quei doveri che la legge imponeva a determinati cittadini per garantire un dato servizio alla collettività cittadina: era, dunque, compito degli ἄριστοι, dei migliori e più nobili cittadini, quello di garantire le sovvenzioni affinché tutti potessero andare a teatro o di finanziare importanti opere pubbliche. Si tratta, quindi, di un concetto che storicamente è profondamente legato alla “Comunità” che si rispecchia poi perfettamente nella dimensione delle diocesi e, successivamente, delle parrocchie cristiane (la Comunità dunque si differenzia dalla Società: se la Comunità è quella della parrocchia, la Società è la Chiesa intera). Il carattere pubblico e comunitario della liturgia, dunque, costituisce il lato pratico e la ragione immediata per cui le funzioni venivano cantate: nelle grandi chiese, in un momento in cui i microfoni non erano stati ancora inventati, il canto permetteva a tutti di sentire meglio quelle parti che il celebrante o il coro dovevano proclamare. Esiste, però, come sempre e come è naturale che sia in un’opera di origine divina come la liturgia, anche un significato più profondo che testimonia l’importanza e la necessità del canto: esso deve distinguere dal modo di comunicare “profano” e “laico” che utilizziamo nella nostra quotidianità, la maniera con cui vogliamo rivolgerci a Iddio, cui dobbiamo testimoniare il massimo rispetto. Discorso simile si può fare, ovviamente, anche per comprendere come mai la Chiesa ha sempre avversato la traduzione della liturgia nelle lingue volgari (ovviamente quanto successo con la riforma liturgica degli anni ’60 contravviene ai chiarissimi insegnamenti della Chiesa, espressi anche in modo dogmatico a Trento3).
Il canto rappresenta, dunque, un elemento centrale e parte integrante della liturgia. Non è scopo di questo articolo quello di dilungarci sulla storia delle diverse forme di canto liturgico, né sul canto gregoriano in particolare. Quello che, però, ci preme di sottolineare qui è invece l’importanza di curare e conservare questo patrimonio fondamentale.
Contro certe devianze
Purtroppo, spesso, questo immenso dono e patrimonio che ci ha trasmesso la Chiesa non viene conservato, curato e tramandato nemmeno negli ambienti tradizionali. Può talvolta capitare, infatti, di assistere a liturgie celebrate con la massima dovizia di cura negli aspetti rubricali e cerimoniali da parte di celebrante e ministranti, ma completamente trascurate dal punto di vista musicale: ai gesti sacri e devoti compiuti dal celebrante si contrappone troppo spesso una musica frettolosa, sbrigativa e incredibilmente fuori luogo.
Questo è causato da un “tradizionalismo” che di tradizionale ha ben poco: si tratta troppo spesso solo di ideologia che trasforma, quantomeno in Italia, i gruppi e le comunità di rito antico in un movimento ideologico-politico in cui non contano più i principi (la tradizione liturgica, musicale e dottrinale della Chiesa), ma la sola possibilità di scagliarsi contro il Papa di turno per una sua affermazione o azione fuori luogo4; in altri casi, purtroppo, il “tradizionalista ideologico” cerca invece di trasformare la messa tradizionale in un palcoscenico personale: spesso al posto degli antichi canti gregoriani, ricchi di significato e carichi di una forza spirituale capace di rendere la liturgia degna e sacra, preferisce salmodiare tutto il proprio per lasciare spazio a canti di altro genere che non sempre si sposano con la lentezza e i ritmi di una funzione liturgica. È evidente, in queste situazioni, il disinteresse generale verso la liturgia e questo conferma pienamente quanto detto sopra sul mondo tradizionalista.
La musica, infatti, non dovrebbe essere mai frettolosa e sbrigativa, ma deve riempire la liturgia e dar vita alla celebrazione. Deve seguire i tempi della messa, evitando al sacerdote, ad esempio, di dover correre nella recita dell’Introito e del Kyrie o del Communio per far cessare gli imbarazzanti silenzi venutisi a formare per la celerità dei coristi! Vedere che mentre l’incenso ancora sale lentamente verso Dio e profuma l’altare sul quale il Salvatore si deve immolare, il coro ha già terminato il canto del Kyrie (ovviamente sempre De Angelis!), o che mentre il celebrante sta ancora imponendo l’incenso prima di recitare devotamente inchinato verso la croce il Munda cor meum, il coro ha già concluso il canto del graduale e dell’alleluja (durati meno di un minuto complessivamente) o che mentre il celebrante asterge con cura il Calice dopo la purificazione, il silenzio più assoluto domina la chiesa, non può che trasmettere un’idea di disarmonia tra ciò che avviene sull’altare e ciò che si fa in cantoria.

Troppo spesso, infatti, con l’evidente scopo di forzare e velocizzare l’azione liturgica (perché ovviamente più importante della Messa è la fantomatica assemblea del popolo che – per la scusa del freddo in inverno e del caldo in estate – deve andare di corsa a casa a ristorarsi) si cerca di condensare al massimo il canto gregoriano per lasciar spazio ad altre forme musicali, leziosamente barocche o persino operistiche, quasi a voler sostituire la millenaria tradizione gregoriana con della musica da camera per trasmettere un’idea di gusto antico: non è qui nostra intenzione criticare delle forme musicali che incarnano la cultura, l’identità e la storia europea, anzi… la domanda che, però, sorge spontanea ed è legata al contesto ci porta però a chiederci: quale risultato si ottiene a cancellare il gregoriano e a perseguire i propri gusti musicali fino all’esasperazione, se non quello di creare eccessi degni di un teatro alternati ad inspiegabili vuoti e momenti di silenzio assoluto nei momenti sbagliati che stonano in modo visibile (e risibile!) con i gesti devoti ed eleganti del celebrante, con i movimenti fluidi dei ministri e con la sacralità di quanto si svolge sull’altare?
Il coro ha un compito importantissimo, come vedremo, e non può dimenticarsi del vastissimo patrimonio tramandatoci dai tempi di S. Gregorio Magno per la maggior gloria di Dio, altrimenti chi potrebbe mai affermare di battersi per la “salvaguardia della liturgia latino-gregoriana” con lo scopo di “tramandare le forme […] musicali proprie alla tradizione romana”?
La Tradizione contro la presunzione
Questi atteggiamenti, giustificati spesso dall’affermazione “abbiamo sempre fatto così”, sono tipici di quei tradizionalisti che, all’inizio dell’esplosione della crisi nella Chiesa del postconcilio, hanno cercato di organizzarsi in modi spesso “di fortuna” per salvaguardare come possibile le pratiche tradizionali5: è evidente quindi come all’epoca non fosse un’immediata priorità lo studio approfondito e la cura per ogni aspetto liturgico. Tuttavia, dopo la prima fase, oggi nei cuori di chi davvero crede nella Tradizione non possono non porsi anche problemi e questioni di natura liturgica e cerimoniale. Così, insistere a non voler approfondire gli aspetti liturgici perché “si è sempre fatto così”, testimonia un arroccamento ideologico e una mancanza di volontà di servire Cristo e di agire ad maiorem Dei gloriam.
Se la Chiesa ha sapientemente insegnato che il tono salmodiato va usato principalmente per il canto dei salmi (del resto la stessa espressione “salmodiare” significa “cantare salmi”!) e ci ha trasmesso un ricchissimo compendio di canti gregoriani unici per i propri di ciascuna messa, quale sarà mai l’intenzione che si cela dietro il comportamento di chi si rifiuta di cantarli per poi terminare in meno di un minuto l’offertorio e lasciare spazio a un teatrale canto da opera lirica? Se il canto e la musica sono dei servizi alla liturgia, importanti quanto quelli di un cerimoniere, un turiferario o un accolito, allora il principio non può portare il coro a forzare i tempi liturgici, bensì dovrebbe imporre ad esso di sottomettersi, accompagnare, servire, adornare e soprattutto partecipare alla liturgia per la liturgia!
Del resto, spesso, questi atteggiamenti testimoniano una immane ignoranza di un principio centrale nella messa, quello della doppia liturgia: vi sono, infatti, contemporaneamente due liturgie durante la messa, quella dell’aula (cantata dal coro) e quella del santuario (celebrata dal sacerdote) che procedono parallele e si incontrano in alcuni punti (ecco perché l’Introito viene sia cantato dal coro che letto dal celebrante ecc;). Il coro, quindi, non ha il compito di abbellire e accompagnare la liturgia con la musica, ma piuttosto quello di – ci si passi il termine – contribuire alla celebrazione in una sua parte essenziale! In questo senso è simile a una divisione di soldati che partecipa alla battaglia a fianco di un’altra, combattendo la stessa battaglia magari con armi diverse. Quale buon generale permetterebbe a una divisione indisciplinata e ribelle di combattere una battaglia senza seguire gli ordini stabiliti o senza servirsi delle armi più efficaci? Ugualmente ci si dovrebbe chiedere se è accettabile che sia permesso che in una liturgia vi siano corse, imbarazzanti silenzi nonché l’uso di canti inadatti al contesto sacro solamente per evitare uno screzio in una comunità. La “pace” ha maggior valore della Tradizione e del primato di Cristo nella liturgia? Cos’è più importante, Cristo o l’evitare di dover riprendere e correggere chi usa la liturgia come un palcoscenico personale?
Si torna così inevitabilmente a riflettere su che cosa sia dunque la Comunità: in essa i legami devono fondarsi su un sentimento di affinità e su valori condivisi, nonché sull’adesione e il riconoscimento di ciascuno in dei valori superiori6. Nel caso di una comunità tradizionale il principio dominante dovrebbe essere la volontà di servire Cristo così come la Tradizione della Chiesa ci ha insegnato: anteporvi la comodità di evitare di affrontare certi problemi che intaccano lo spirito e l’intenzione stessa per cui nasce tale Comunità, significa creare una situazione di ipocrisia, in cui si sceglie un compromesso di comodo. Ma Cristo e la liturgia meritano compromessi e situazioni di comodo o sono forse un assoluto cui tendere? Chi mai si sentirà parte di una Comunità fondata su premesse di compromesso? Si tratterebbe di seguire la stessa logica modernista dell’amare tutti, indipendentemente dalla Verità, solo traslata su un piano diverso. Ma come la Verità è alla base dall’amore, così Cristo e la Liturgia devono costituire il fondamento per chi celebra, serve e partecipa dei Divini Misteri.
Cantabo Domino qui bona tribuit mihi
La conclusione che emerge da queste riflessioni, certamente provocatorie ma anche rivolte al miglioramento di chi si impegna ad organizzare le S. Messe, è quella di non sottovalutare mai il ruolo del canto nella liturgia. La Chiesa ci ha fornito i propri per tutte le principali messe dell’anno e gli ordinari da cantarsi a seconda dei diversi periodi e della differenti funzioni. Bisognerebbe non dimenticarsi mai dell’insegnamento e dei doni che ci offre la Chiesa e specialmente il dono più grande, quello della Liturgia: esso è un tesoro prezioso, da curare e custodire e non deve essere un campo di battaglia. Per essa è necessario, dunque curare ogni aspetto, dal servizio all’altare, alla celebrazione, alla musica sacra. Il canto sacro, gregoriano in particolare (ma anche quello bizantino o orientale), proietta il fedele davvero in un’altra dimensione, quella della sacralità, che nessun Perosi e nessun Mozart saprà rendere in egual misura. Una dimensione capace di attirare a sé gli sguardi dei profani e portare essi alla conversione7. Come diceva Baldeschi: “...ben molte volte è accaduto, che grandi personaggi contrari a noi di fede, essendosi abbattuti a vedere le sacre funzioni celebrate con quella maestà e raccoglimento, con quell’esattezza dei sacri riti, che si conviene, abbiano aperto gli occhi alla luce della vera fede, e riconosciuta la santità della nostra religione“8. Questo non significa che il Requiem di Mozart o di Verdi non vada mai eseguito, ma magari bisognerebbe ricercare sempre un sano equilibrio capace soprattutto di includere e preservare la nostra tradizione gregoriana: persino il Concilio Vaticano II (ma questo certi tradizionalisti lo ignorano) si preoccupò di sottolineare l’importanza della tradizione gregoriana, definendolo il “canto proprio della liturgia romana”9! Quale onta è, per quei tradizionalisti che accusano il Vaticano II di essere antitradizionale, quella di venire “battuti” dallo stesso Concilio proprio sul terreno della conservazione del patrimonio precedente! Ovviamente questa è una provocazione, ma dovrebbe far riflettere.
Sicuramente ritorneremo sul punto musicale, in modo meno polemico, magari per approfondire con alcune riflessioni il tema del gregoriano e della polifonia. Per ora basti ricordarci che se si parla di Liturgia, il compito riservato all’uomo è quello di servire Dio, non di imporre i suoi gusti o i suoi capricci su di essa.
- D.B. CLENDENIN, Eastern Orthodox Christianity: A Western Perspective, Baker Books, 2003, p. 15. ↩︎
- AGOSTINO, De Civ. Dei, XXII, 8,6; ↩︎
- Il IX Canone “Sul Santissimo Sacrificio della Messa” della XXII sessione del Concilio di Trento del 17 settembre 1562 recita: “Se qualcuno dirà che il rito della chiesa Romana, secondo il quale parte del canone e le parole della consacrazione si profferiscono a bassa voce è da riprovarsi; o che la messa debba essere celebrata nella sola lingua del popolo; o che nell’offrire il Calice non debba esser mischiata l’acqua col vino, perché ciò sarebbe contro l’istituzione di Cristo, sia anatema” cfr. G. ALBERIGO, Decisioni dei Concili Ecumenici, UTET, 1978, p.648-649; . ↩︎
- Molto spesso queste critiche finiscono poi per portare ad idolatrare pontefici ugualmente modernisti ma capaci di trasmettere un’impressione estetica più moderata, testimoniandoci come i veri esteti vissuti a cavallo tra il XIX e i XX secolo erano forse soltanto dei dilettanti rispetto a certi tradizionalisti odierni! A riguardo si consiglia l’ascolto della conferenza di Don Mauro Tranquillo, “Sapere l’ultima? Meglio conoscere la prima. Che accade nella Chiesa e alcuni trucchi della rivoluzione“, https://www.youtube.com/watch?v=vg7iPikWLSM. Don Mauro Tranquillo, infatti, spiega come troppo spesso i tradizionalisti si sprechino nel criticare alcuni papi e a difenderne altri su basi errate, quando in realtà tutti quanti gli ultimi pontefici continuano a remare nella stessa direzione modernista; sulla questione si era già espresso chiaramente in un’altra delle sue conferenze, “La riforma irreversibile. Psicologia e strategia per una Chiesa in uscita che non rientri più“, https://www.youtube.com/watch?v=xuBvh2KWR3o; ↩︎
- È noto che inizialmente, in un periodo particolarmente complesso, molti hanno dovuto celebrare in magazzini e scantinati la S. Messa tradizionale; alcune testimonianze sono raccontate nella seconda parte del documentario “Mass of the Ages”: https://www.youtube.com/watch?v=8y1cABhLc2o; ↩︎
- Possiamo definire la Comunità seguendo le teorie di Ferdinand Tönnies che distingue la Comuntà (Gemeinschaft) dalla Società (Gesellschaft) per il fatto che nella prima l’individuo si sente parte di un tutto organico che vale più della somma degli individui che lo compongono (cosa che non avviene nella seconda); cfr. F. TÖNNIES, Gemeinschaft und Gesellschaft, Lipsia, Verlag di Fues, 1887;
↩︎ - Si pensi ad esempio al caso della conversione di Oscar Wilde che nel suo libro Il ritratto di Dorian Gray, scriveva, dopo una lunga descrizione dei paramenti, che “C’era qualcosa, nei mistici uffici in cui questi oggetti venivano impiegati, che gli faceva correre la fantasia“; ↩︎
- Prefazione a G. BALDESCHI, Esposizione delle Sacre Cerimonie per le funzioni ordinarie, straordinarie e pontificali, VI ed. riveduta e ampliata, Roma, Desclée & C. – Editori Pontifici, 1931; ↩︎
- Nella Costituzione Sacrosanctum Concilium, si legge al punto 114: “Si conservi e si incrementi con grande cura il patrimonio della musica sacra. Si promuovano con impegno le «scholae cantorum» in specie presso le chiese cattedrali. I vescovi e gli altri pastori d’anime curino diligentemente che in ogni azione sacra celebrata con il canto tutta l’assemblea dei fedeli possa partecipare attivamente, a norma degli articoli 28 e 30.”; al 116: “La Chiesa riconosce il canto gregoriano come canto proprio della liturgia romana; perciò nelle azioni liturgiche, a parità di condizioni, gli si riservi il posto principale. Gli altri generi di musica sacra, e specialmente la polifonia, non si escludono affatto dalla celebrazione dei divini uffici, purché rispondano allo spirito dell’azione liturgica, a norma dell’art. 30.” ↩︎






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