Quando l’accetta del riformatore Annibale Bugnini, sotto l’occhio alquanto “assopito” del Papa Pio XII, si scagliò violenta nei confronti delle Ottave1, riducendole alla triade di Natale, Pasqua e Pentecoste (quest’ultima poi sarebbe stata soppressa dalle sciagurate riforme del Vaticano II), una delle feste più sentite nella nostra zona rimase priva della sua ottava privilegiata (di II ordine)2: il Corpus Domini.
L’origine della festa: un miracolo che la scienza non ha potuto spiegare
All’origine di questa festa, che iniziò ad essere celebrata nel Medioevo, si trovano le vicende di S. Giuliana Liegi, mistica francese canonizzata da Pio IX nel 1869, la quale “nell’estasi della sua preghiera, vedeva il disco lunare tutto raggiante di candida luce, tranne che da un lato, dove una linea oscura sembrava deformarlo; ed intese da Dio che quella visione significava la Chiesa presente, nella quale mancava ancora una solennità in onore del SS. Sacramento”3. Così, il suo padre spirituale Giovanni di Lausanne, confrontatosi anche con il Provinciale dei domenicani del luogo Ugo di S. Caro e con l’arcidiacono Giacomo Pantaleone, si rivolse a Roberto di Thorote, vescovo di Liegi il quale, in quella primavera del 1246, stabilì (e celebrò lui stesso) il primo Corpus Domini nel giovedì successivo alla domenica della SS. Trinità. Per il 1252 la festa era stata diffusa in tutte le Fiandre ad opera proprio di Ugo di S. Caro, il Provinciale dei domenicani che era ormai divenuto cardinale ed aveva ottenuto il ruolo di Legato della Santa Sede presso quei luoghi. L’altro protagonista da noi citato, l’arcidiacono Giacomo Pantaleone, nel 1262 salì al trono pontificio, prendendo il nome di Urbano IV. L’anno successivo alla sua elezione al ruolo di Vicario di Cristo, un sacerdote pellegrino, Pietro da Praga, si era recato a Roma per pregare sulla tomba del Capo degli Apostoli allo scopo di fugare i suoi dubbi circa la Presenza Reale di Cristo nell’Eucarestia. Rassicurato dalla preghiera, ripartì tosto, ma a Bolsena, celebrando la S. Messa nella Grotta di Santa Cristina, al momento della consacrazione fu di nuovo assalito dai dubbi: era davvero possibile che del pane potesse davvero trasformarsi realmente nel Sacratissimo Corpo di Cristo e del semplice vino nel Suo Preziosissimo Sangue? La risposta gli si rivelò sotto gli occhi: l’Ostia che stringeva in mano cominciò improvvisamente a sanguinare, impregnando il corporale di sangue, macchiando la pietra d’altare e financo cadendo per terra sul pavimento. Spaventatosi, il povero sacerdote, avvolse l’Ostia nel corporale e si precipitò in sacrestia. Il nostro pellegrino si rivolse allora al Romano Pontefice che si trovava nella vicina Orvieto, affinché fosse informato di un tale prodigio. “Il Papa, secondo una tradizione orvietana, volle vedere quel corporale, che gli fu portato con solenne pompa il 19 giugno 1264, allo storico ponte di Rio Chiaro, e lo fece deporre onorevolmente in Orvieto, là dove sorse poi il mirabile tempio che ancora oggi lo custodisce. Quel prodigio forse vinse ogni esitazione nell’animo del Pontefice che, in data 11 agosto 1264, dalla stessa città di Orvieto, pubblicò la Bolla Transiturus de hoc mundo, con la quale istituiva per tutta la Chiesa la festa del Corpus Domini4. Il Papa stesso ne diede comunicazione al vescovo di Liegi, al Patriarca di Gerusalemme e all’amica della B. Giuliana, la reclusa Èva di S. Martino; anzi ne celebrò quello stesso mese per il primo la festa in Orvieto con gran dissima solennità, presenti molti vescovi, ut videntibus et audientibus, così scriveva, de tanti festi celebritate salubre praeberetur exemplum5“6.
Ovviamente, di fronte a un tale fatto non poteva che scatenarsi la reazione scientifica ateistico-razionalista che nel 1993/1994 aveva tentato di porre in chiaro come ci fosse una spiegazione del tutto naturale a tale miracolo: la ricercatrice Johanna C. Cullen della Georgetown University pubblicò sulla rivista della American Society for Microbiology una ricerca, The Miracle of Bolsena, in cui cercò di dimostrare come tale evento non fosse altro che un fenomeno del tutto naturale ricreabile in laboratorio. Sostanzialmente, secondo i “ricercatori” sarebbe bastata la presenza del batterio della Serratia marcescens, per far apparire sul pane azimo delle chiazze rosse di un pigmento detto “prodigiosina”, del tutto simili a quelle del miracolo di Bolsena (Cullen “incubated sacramental bread with a culture of S. marcescens bacteria that produce a bright-orange to deep-red pigment called prodigiosin. Within three days, blood-red spots appeared that were very similar to those that appear in Raphael’s depiction of the Bolsena miracle – American Society of Microbiology News, vol 60, no 4, p 187”7). Questa spiegazione veniva con egual certezza e assolutezza riportata anche da uno dei principali giornali britannici, il The Guardian, che in un articolo del 9 dicembre 2000 chiariva in modo categorico come “in 1993, an American researcher, Johanna Cullen, reproduced the miracle of Bolsena in a laboratory, using sacramental bread and S. marcescens cultures, achieving effects realistic enough to be easily be mistaken for blood”8. Quando, però, nel 2015 si è proceduto ad un restauro conservativo della reliquia del corporale, si è avuta l’occasione per condurre alcune analisi scientifiche che hanno studiato la documentazione fotografica della reliquia tanto a luce normale quanto in fluorescenza ultravioletta: quest’ultimo elemento è estremamente importante e non può essere sottovalutato, perché lo spettro UV del sangue è completamente diverso rispetto a quello della prodigiosina. Le analisi, sostanzialmente, hanno concluso che “Ogni sezione [del corporale, n.d.r.] restituisce depositi biologici costituiti da sangue, scisso in plasma e siero, riprodotti per trasmissione in modo speculare e simmetrico nel rispetto delle pieghe originarie”9. Del resto la storia dei miracoli eucaristici è lunga e complessa e troppe volte si è cercato di dare spiegazioni naturali che poi, alla prova dei fatti, non hanno potuto reggere: rimandiamo in tal senso al libro di Franco Serafini, Un cardiololgo visita Gesù, ESD, 2019, nel quale vengono riportate e comparate le analisi scientifiche di numerosi altri miracoli eucaristici come quello di Lanciano.
Fatto sta che la bolla di Papa Urbano IV fu subito attuata specialmente nelle Fiandre, in Francia e in Nord Italia, dove le città venete di Padova, Trieste e Verona già nel 1270 celebravano il Corpus Domini. La morte del Papa, avvenuta nel 1264, “impedì che il suo decreto avesse sùbito quella attuazione che aveva desiderato; però la Cappella papale ne mantenne la celebrazione10. Fu Clemente V, cinquant’anni più tardi (1314), il quale confermò la Bolla di Urbano IV inserendola nelle Costituzioni Clementine del Corpus Juris, pubblicate poscia da Giovanni XXII nel 1317; in tal modo la Bolla Transiturus veniva riconosciuta nel suo valore canonico definitivo. Da quest’epoca soprattutto, vediamo la nuova festa diffondersi rapidamente nella Chiesa11“12.

Lex orandi, lex credendi: pastorale liturgica e θέωσις
Da un punto di vista strettamente liturgico, non possiamo non soffermarci sui testi della messa, che trasmettono nella loro interezza i principi dommatici che la Chiesa ha sempre insegnato in relazione alla Santissima Eucarestia. L’introito si apre con l’esclamazione del Salmo 80, Cibavit eos ex adipe frumenti et de petra melle saturavit eos (li ha nutriti di ottimo frumento e li ha saziati del miele che sgorgava dalla pietra), parole che testimoniano come il fine primario dell’Eucarestia sia quello di essere il nutrimento spirituale dell’uomo (“In virtù del sacramento essa ha direttamente l’effetto per il quale è stata istituita. Ora, l’Eucarestia non è stata istituita al fine di soddisfare, bensì al fine di nutrire spiritualmente per l’unione con Cristo e con le sue membra, ossia come il nutrimento si unisce a chi se ne ciba”13, per citare S. Tommaso). La colletta, poi, riveste un ruolo alquanto importante, ricollegando il tema dell’Eucarestia-nutrimento a quello della Croce: Deus, qui nobis sub Sacraménto mirábili passiónis tuæ memóriam reliquísti: tríbue, quǽsumus, ita nos Córporis et Sánguinis tui sacra mystéria venerári; ut redemptiónis tuæ fructum in nobis júgiter sentiámus (O Dio, che nell’ammirabile Sacramento ci lasciasti la memoria della tua Passione: concedici, Te ne preghiamo, di venerare i sacri misteri del tuo Corpo e del tuo Sangue così da sperimentare sempre in noi il frutto della tua redenzione). Il carattere impetratorio della colletta, non può infatti che insistere sull’elemento sacrificale proprio della Messa, facendo emergere così come quel nutrimento dell’anima che è la Santissima Eucarestia è strumento di redenzione proprio grazie alla passione di Cristo. Del resto, è ciò che la liturgia stessa ci ha insegnato chiaramente nelle celebrazioni che dalla fine della Quaresima hanno accompagnato la nostra vita cristiana fino all’Ascensione: emblematico il caso dei prefazi, a cominciare da quello della Santa Croce che trattava di questa come del mezzo per la salvezza (Qui salútem humáni géneris in ligno Crucis constituísti: ut, unde mors oriebátur, inde vita resúrgeret: et, qui in ligno vincébat, in ligno quoque vincerétur), poi con prefazio pasquale che splendidamente ne coronava il concetto ricollegandolo alla resurrezione (Qui mortem nostram moriéndo destrúxit et vitam resurgéndo reparávit) e, infine, col prefazio dell’Ascensione che indicava il fine della Redenzione nel raggiungimento della theosis (Qui post resurrectiónem suam ómnibus discípulis suis maniféstus appáruit et, ipsis cernéntibus, est elevátus in cœlum, ut nos divinitátis suæ tribúeret esse partícipes). Nella nuova “messa” questo carattere liturgico-dogmatico si incrina, almeno nella sua chiarezza, dal momento che alla “memoria della Passione” si sostituisce nella nuova colletta il più generico “memoriale della tua Pasqua”, nel pieno spirito conciliare dell’eliminazione della cosiddetta “teologia negativa”.
I tagli operati con la riforma liturgica modernista del Concilio Vaticano II si fanno, però, ancora più rilevanti nell’epistola. Nella messa tradizionale, infatti, il testo dell’epistola di San Paolo ai Corinzi è riportato nella sua interezza (1 Cor. XI, 23-29) sì da fornire quegli elementi catechetici di base necessari alla salvezza dell’uomo: dopo aver ricordato l’istituzione nell’Ultima Cena del Mistero dell’Eucarestia, si afferma che “Quotiescúmque enim manducábitis panem hunc et cálicem bibétis, mortem Dómini annuntiábitis, donec véniat. Itaque quicúmque manducáverit panem hunc vel bíberit cálicem Dómini indígne, reus erit córporis et sánguinis Dómini. Probet autem seípsum homo: et sic de pane illo edat et de calice bibat. Qui enim mandúcat et bibit indígne, judícium sibi mandúcat et bibit: non dijúdicans corpus Dómini” (tutte le volte che mangerete questo pane e berrete questo calice, annunzierete la morte del Signore fino a quando Egli verrà. Chiunque perciò avrà mangiato questo pane e bevuto questo calice indegnamente, sarà reo del Corpo e del Sangue del Signore. Dunque, l’uomo esamini sé stesso e poi mangi di quel pane e beva di quel calice: chi infatti mangia e beve indegnamente, mangia e beve la sua condanna, non riconoscendo il corpo del Signore). Nella “liturgia” riformata, invece, il testo si limita ai versetti 23-26, concludendosi dunque soltanto con l’affermazione “Ogni volta infatti che mangiate questo pane e bevete al calice, voi annunciate la morte del Signore, finché egli venga”: nessun riferimento, insomma, alla dannazione per chi riceve indegnamente la Comunione. Si tratta di una cesura che è inspiegabile ad una mens cattolica, ma che purtroppo è molto chiara se letta in un’ottica ereticale di ecumenismo e di avvicinamento alle eresie protestanti (del resto era stato Paolo VI stesso a dire che “su tanti punti differenziali, relativi alla tradizione, alla spiritualità, alle leggi canoniche, al culto, Noi siamo disposti a studiare come assecondare i legittimi desideri dei Fratelli cristiani, tuttora da noi separati”14 e Bugnini – l’autore della riforma – ad esprimere, in tema in realtà di una discussione sulla Settimana Santa, ma rivelando un’intera impostazione di pensiero che “l’amore delle anime e il desiderio di agevolare in ogni modo il cammino dell’unione ai fratelli separati, rimovendo ogni pietra che possa constituire pur lontanamente un inciampo o motivo di disagio, hanno indotto la Chiesa anche a questi penosi sacrifici”15).
Ulteriormente insensato è il cambiamento subito dal Vangelo che nel Novus Ordo è quello della moltiplicazione dei pani e dei pesci (Lc IX, 11b-17), mentre nel rito tradizionale è dato dal passo di S. Giovanni (VI, 56-59) in cui il Signore aveva insegnato sull’Eucarestia, “Caro mea vere est cibus et sanguis meus vere est potus. Qui mandúcat meam carnem et bibit meum sánguinem, in me manet et ego in illo” (La mia carne è veramente cibo, e il mio sangue è veramente bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue, vive in me e io in lui). Nella messa antica, infatti, si percepisce proprio lo stretto legame tra dogma e liturgia: la messa del Corpus Domini è intrisa di valore catechetico, si sofferma costantemente sui punti essenziali della dottrina riguardante l’Eucarestia.
Le due pericopi scritturali sono inframmezzate dal Graduale in cui si sottolinea il valore salvifico dell’Eucarestia con le parole del Salmo 144, “Oculi ómnium in te sperant, Dómine: et tu das illis escam in témpore opportúno. Aperis tu manum tuam: et imples omne animal benedictióne” (Gli occhi di tutti sperano in Te, o Signore: e Tu dai loro il cibo nel tempo opportuno, Apri la tua mano: e colma ogni essere vivente della tua benedizione). Ancor più rilevante è, però, la sequenza del Lauda Sion Salvatorem, che la tradizione attribuisce16, assieme all’intera ufficiatura della festa, a San Tommaso d’Aquino17. Si tratta di un poemetto di mirabile contenuto teologico, nel quale è sintetizzata ancora una volta la dottrina cattolica in modo mirabile: si pensi, per esempio, alle terzine e alla quartina sotto riportate.
| Quod in cœna Christus gessit, faciéndum hoc expréssit in sui memóriam. Docti sacris institútis, panem, vinum in salútis consecrámus hóstiam. Dogma datur Christiánis, quod in carnem transit panis et vinum in sánguinem. Quod non capis, quod non vides, animosa fírmat fides, præter rerum órdinem. Sub divérsis speciébus, signis tantum, et non rebus, latent res exímiæ. Caro cibus, sanguis potus: manet tamen Christus totus sub utráque spécie. […] Mors est malis, vita bonis: vide, paris sumptiónis quam sit dispar éxitus. Fracto demum sacraménto, ne vacílles, sed meménto, tantum esse sub fragménto, quantum toto tégitur. | Ciò che Cristo fece nella cena, ordinò che venisse fatto in memoria di sé. Istruiti dalle sacre leggi, consacriamo nell’ostia di salvezza il pane e il vino. Ai Cristiani è dato il dogma: che il pane si muta in carne, e il vino in sangue. Ciò che non capisci, ciò che non vedi, lo afferma pronta la fede, oltre l’ordine naturale. Sotto specie diverse, che son solo segni e non sostanze, si celano realtà sublimi. La carne è cibo, il sangue bevanda, ma Cristo è intero sotto l’una e l’altra specie. […] Pei cattivi è morte, pei buoni vita: oh che diverso ésito ha una stessa assunzione. Spezzato poi il Sacramento, non temere, ma ricorda che tanto è nel frammento quanto nel tutto. |

Anche la secreta contiene in modo chiarissimo la relazione tra l’oblazione e i doni che si ricevono dal sacrificio: Ecclésiæ tuæ, quǽsumus, Dómine, unitátis et pacis propítius dona concéde: quæ sub oblátis munéribus mýstice designántur (O Signore, Te ne preghiamo, concedi propizio alla tua Chiesa i doni dell’unità e della pace, che misticamente son figurati dalle oblazioni presentate). È a questo punto interessante notare, come fa il Righetti, la relazione che c’è tra colletta, secreta e postcommunio, giacché “il loro tema corrisponde alla triplice divisione scolastica secondo la quale S. Tomaso prospetta nella sua Somma Teologica il Sacramento eucaristico. Egli vede infatti (III, quaest. 73, 4 ad corpus) nell’Eucaristia un triplice simbolismo: a) in rapporto al passato, in quanto memoriale della passione di Cristo; — b) in rapporto al presente, perché espressione dell’unità del corpo della Chiesa; donde il nome datogli di comunione per indicare la nostra unione con Cristo e con ciascuno dei fedeli; — c) in rapporto al futuro, essendo un pegno di quel possesso di Dio che raggiunge remo nella patria. Ora questi tre aspetti dell’Eucarestia formano precisamente il tema delle tre orazioni della Messa”18. Infatti, l’orazione di postcommunio, preceduta dal communio in cui si riprende il testo già proclamato nell’epistola 1. Cor. XI, 26-27, recita: Fac nos, quǽsumus, Dómine, divinitátis tuæ sempitérna fruitióne repléri: quam pretiósi Corporis et Sanguinis tui temporalis percéptio præfigúrat (O Signore, Te ne preghiamo, fa che possiamo godere del possesso eterno della tua divinità: prefigurato dal tuo prezioso Corpo e Sangue che ora riceviamo).
Una nota particolare va fatta per il prefazio, il quale – a differenza che nel Novus Ordo – è quello proprio di Natale: la presenza reale di Nostro Signore Gesù Cristo, viene così riaffermata proprio ricollegandosi al Mistero dell’Incarnazione del Verbo. Αὐτὸς γὰρ ἐνηνθρώπησεν, ἵνα ἡμεῖς θεοποιηθῶμεν19 diceva il vescovo di Alessandria, Sant’Atanasio, ripreso poi anche da S. Agostino: Egli infatti si è fatto uomo, affinché noi potessimo diventare dei. Si tratta qui dell’esposizione della magnifica dottrina della θέωσις, cioè della divinizzazione, quale fine ultimo della vita umana. La Salvezza, infatti, implica la partecipazione da parte dell’uomo alla natura divina che si realizza specialmente mediante la Comunione sacramentale. La dottrina della divinizzazione, infatti, non è esclusiva dell’Oriente scismatico, ma è parte integrante della dottrina cattolica: lo stesso San Tommaso, nella Somma di Teologia, afferma che l’Incarnazione è necessaria alla salvezza dell’uomo anche “quanto alla piena partecipazione della divinità, che è la vera beatitudine dell’uomo e il fine della sua vita. Tale piena partecipazione ci viene conferita per l’umanità di Cristo: infatti “Dio si è fatto uomo, perché l’uomo diventasse Dio”, scrive S. Agostino”20. Avremo sicuramente cura di approfondire questo concetto così interessante e importante in futuro sulle pagine di questo blog.
La Processione del Corpus Domini
Elemento caratteristico della celebrazione del Corpus Domini è ovviamente la processione. Dice Righetti che “la Bolla di Urbano IV, che istituiva la festa del Corpus Domini, non accennava ad una processione teoforica; però sembrava quasi presupporla o ispirarla: In ipsa quinta feria, vi si legge, devotae turbae fidelium ad ecclesias affectuose coricurrant, et tunc cleri et populi pariter congaudentes, in cantica laudis surgant, tunc omnium corda et vota, ora et labia hymnos personent laetitiae salutaris, tunc psallat fides, spes tripudiet, exultet caritas, devotio plaudat, jubilet puritas et sinceritas jucundetur…“21. Di certo, però, le processioni si diffusero alquanto presto, come testimonia anche l’Ordo Romanum XV, risalente al XIV secolo, che riporta l’indicazione “Si fiant processiones“. La venerazione del Culto Eucaristico extra missam si era iniziata a sviluppare proprio nel Medioevo quale risposta contro le eresie che negavano la Presenza Reale di Cristo nell’Eucarestia. Testimonianza importante di questo culto e del valore che iniziava ad assumere è dato, ad esempio, da S. Francesco d’Assisi, il quale diceva ai suoi frati “Si in aliquo loco SS. Corpus Domini fuerit pauperrime collocatum, iuxta mandatum Ecclesiae in loco pretioso ab eis ponatur et consignetur et cum magna veneratione portetur et cum discretione aliis ministretur“22. È bene qui soffermarsi un istante per rispondere alle accuse che i cosiddetti “ortodossi” fanno nei confronti delle processioni eucaristiche e delle esposizioni del Santissimo Sacramento: secondo costoro, infatti, vi sarebbe una gravissima distorsione di significato nell’adorazione del Sacramento così come fatta dai “latini”, in quanto separata dal suo aspetto di nutrimento. La questione è sicuramente interessante e merita pertanto di essere affrontata con serietà. Innanzitutto occorre sottolineare come la processione del Corpus Domini si svolge in un contesto prettamente liturgico, arricchito nella prassi imperiale tedesca (che sopravvive anche nel nostro Friuli) dalla proclamazione dei Vangeli alle stazioni verso i quattro punti cardinali. La teologia espressa dalla liturgia del Corpus Domini che abbiamo sopra riportato è insistente nel sottolineare come il fine principale dell’Eucarestia sia il nutrimento dei fedeli (Dio si incarna nell’Ostia per essere mangiato e non per essere incorniciato in quadretto), cosa che del resto aveva spiegato chiaramente anche S. Tommaso nel passo della Somma che abbiamo sopra riportato (III, q. 79, a. 5, co.). Questo fatto, però, non esclude bensì anzi sottolinea la conseguenza logica e pratica dell’Incarnazione stessa: essa non può che tradursi in una adorazione del Verbo incarnato, giacché il culto liturgico è per sua natura innanzitutto un culto di latria e di fronte al mistero della transustanziazione, non può che essere naturale l’adorazione dell’Ostia consacrata; non a caso il messale tradizionale (non certo quello nuovo dove ogni elemento di adorazione e venerazione è stato sostanzialmente cancellato) prescrive che il sacerdote non disgiunga il pollice e l’indice delle mani dal momento in cui ha toccato le Sacra Specie consacrate fino a che non abbia compiuto le dovute abluzioni e prescrive prima e dopo l’elevazione una vera e propria adorazione del Corpo e del Sangue presenti sull’altare (la rubrica è chiara “Quibus verbis prolatis, statim Hostiam consecratam genuflexus adorat: surgit, ostendit populo, reponit super Corporale, et genuflexus iterum adorat: nec amplius pollices et indices disjungit, nisi quando Hostia tractanda est, usque ad ablutionem digitorum“). Da questi principi squisitamente liturgici si può inferire come le esposizioni e le processioni eucaristiche non negano il fine primario della consacrazione che è quello della consumazione del Sacrificio: anzi, il fatto che esse siano state istituite proprio allo scopo di combattere le eresie che negavano la Presenza Reale, non fa che invece rafforzare proprio il fine primario di Essa, cioè quello del nutrimento spirituale. Allo stesso modo, la conservazione delle Sacre Specie nei tabernacoli (altra accusa spesso portata dagli orientali) non ha il fine primario di favorire l’adorazione, che pure esiste ma che è – lo sottolineiamo – una conseguenza propria dell’Incarnazione, bensì quello di garantire la comunione anche extra missam. Si tratta di pratiche che esistono fin dai primi secoli, tanto in Oriente quanto in Occidente: è sempre stato costume comune quello di consacrare e conservare del pane per portare il Viatico agli ammalati o ai morienti23. Ma la questione non si riduceva a questi rari casi: “Nei primi tre secoli della Chiesa, durante i quali i rischi della lotta contro il paganesimo ponevano d’improvviso i fedeli dinanzi alla persecuzione e alla morte, la Chiesa sentì il dovere di premunirne permanentemente la naturale debolezza colla forza divina dell’Eucarestia, in modo che in qualsiasi momento, massime nell’impossibilità di adire il sacerdote, potessero riceverla in comunione. Fin dal II secolo perciò constatiamo il costume di portare ciascuno al proprio domicilio il Pane consacrato24 e di custodirlo presso di sé”25. Interessante a tale riguardo sono proprio le informazioni che ci fornisce Righetti: “I Romani, come tutti gli Orientali, avevano d’ordinario nelle proprie dimore un sacrario (sacra gentilicia) che si poteva adattare a meraviglia. Allo scopo S. Cipriano riferisce il caso prodigioso occorso ad una donna infedele, la quale nel sacrario, cum arcam suam, in quo Domini sanctum fuit, manibus immundis temptasset aperire, igne inde surgente, deterrita est, ne auderet attingere26“27. Il problema della “venerazione” e del giusto comportamento da tenersi nei confronti dell’Eucarestia era, così, fin da subito sentito come centrale, tant’è vero che “S. Gerolamo biasima taluni che ritenevano di dover usar minor rispetto e devozione verso l’Eucarestia in casa, di quanto ne usa vano in chiesa: An alius in publico, alius in domo Christus est? dice egli; quod in ecclesia non licet, nec domi licet28“29. Una delle ragioni del decadimento della pratica di poter tenere il Santissimo in casa è proprio legata alle condizioni e alla devozione richiesta nei confronti delle Sacre Specie. Così, non possiamo che respingere l’accusa che viene portata nei confronti dell’adorazione eucaristica, proprio perché conoscendone la storia ed essendo consapevoli degli insegnamenti della dottrina cattolica, non si può che concludere come essa non costituisca una “deviazione” dei fini dell’Eucarestia, bensì semmai un loro rafforzamento e comunque una conseguenza del grande Mistero dell’Incarnazione: come i magi si inginocchiarono di fronte al Bambinello nella grotta di Betlemme, così noi ci inginocchiamo in preghiera e adorazione di fronte a quel Dio incarnato presente di fronte a noi nei tabernacoli delle chiese e portato in processione per le vie dei nostri paesi.

- Per approfondire cfr. le nostre pubblicazioni “Sulle Ottave – Parte 1“, “Sulle Ottave – Parte 2“, “Sulle Ottave – Parte 3“. ↩︎
- Secondo la classificazione delle Ottave operata dal Papa S. Pio X. ↩︎
- M. RIGHETTI, Manuale di Storia Liturgica, vol. II, L’anno liturgico, Ancora, Milano, 1969, pag. 329. ↩︎
- Il Papa in essa accenna alle rivelazioni della B. Giuliana: Intelleximus autem olim, dum in minoribus essemus officio constituti, quod fuerat quibusdam catholicis divinitus revelatum festum hujusmodi generaliter in Ecclesia celebrandum. CALLEY, op. cit., 59 ↩︎
- Son parole di Pp. Urbano nella Lettera ad Èva; BROWE, Textus, p. 34 ↩︎
- RIGHETTI, op. cit., p. 330. ↩︎
- A. WITZE, Science: The miraculous microbes of Bolsena, in NewScientist, 4th June 1994, https://www.newscientist.com/article/mg14219282-300-science-the-miraculous-microbes-of-bolsena/. ↩︎
- A. KIRSTA, The crying game (continued), in The Guardian, 9th December 2000, https://www.theguardian.com/theguardian/2000/dec/09/weekend7.weekend10. ↩︎
- Come dichiarato da Ester Giovanacchi, esperta restauratrice di tessuti antichi che ha supervisionato la reliquia durante la fase di restauro e di analisi dei team scientifici, cfr. Check-up sul Corporale scopre le vere dimensioni del sacro Lino. Sette precetti per continuare a conservarlo, in Orvieto 24, https://web.archive.org/web/20160508045020/http://www.orvieto24.it/2015/04/check-up-sul-sacro-lino-del-corporale-scopre-le-vere-dimensioni-sette-precetti-per-continuare-a-conservarlo/. ↩︎
- L’inventario dei suoi codici in deposito, compilato nel 1295, segna la presenza di tre copie dell’Officium novae solemnitatis Corporis Christi, J. VAN DIJK, in Scriptorium, 1960, 268 ↩︎
- P. BROWE, Die Ausbreitung des Fronleichnamsfest, in Jahrbuch fiir Liturgiewiss., 1928, pp. 107-145, dove l’Autore dimostra che specialmente i monasteri furono abbastanza solleciti di introdurre subito la festa. ↩︎
- RIGHETTI, p. 332. ↩︎
- “Ex vi quidem sacramenti, directe habet illum effectum ad quem est institutum. Non est autem institutum ad satisfaciendum, sed ad spiritualiter nutriendum per unionem ad Christum et ad membra eius, sicut et nutrimentum unitur nutrito“, S. TOMMASO D’AQUINO, Summa Theologiae, III, q. 79, a. 5, co.. ↩︎
- PAOLO VI, Enciclica Ecclesiam Suam, 113. ↩︎
- A. BUGNINI in L’Osservatore Romano, 19 marzo 1965. ↩︎
- “Non meno dubbiosa resta finora la paternità deirUfficiatura in vigore. L’attribuzione a S. Tomaso d’Acquino comincia a circolare nei primi anni del sec. XIV, ma (prima di tale epoca) non abbiamo in suo appoggio documenti di sorta. Sappiamo bensì che il S. Dottore risiedeva a Viterbo quando Pp. Urbano lanciò la bolla Transiturus, però che ne abbia composto l’Ufficiatura tace il catalogo dei suoi scritti, redatto a Napoli da Bartolomeo di Capua per il processo di canonizzazione; tace la biografia di Pietro Calò, composta fra il 1318-23; tacciono anche gli atti della sua canonizzazione […] La prima testimonianza dell’opera tomasiana s’incontra nella Historia ecclesiastica di Fra Tolomeo da Lucca, pubblicata tra il 1312-17, dove egli specifica che l’Aquinate compose, a richiesta del Papa, non uno, ma due Uffici eucaristici: Isto autem tempore (mentre S. Tomaso stava a Viterbo)… Officium etiam de Corpore Christi fecit ex mandato Urbani, quod est secundum quod fecit ad petitionem Urbani. Hoc autem fecit completum, et quantum ad lectiones et quantum ad totum officium, tam diurnum, quam nocturnum, quam edam ad missam et quidquid illa die cantatur“, RIGHETTI pp. 336-337. ↩︎
- “[L’Ufficio] dai dati finora acquisiti, sembra essere la risultante della elaborazione e dell’adattamento di elementi tratti da fonti diverse, fra cui principalmente: l’antico Ufficio eucaristico ad uso dell’Abbazia cisterciense di Villers nel Brabant surriferito; un altro dei Domenicani di Marienthal (Lussemburgo) del 1269; ed un terzo di poco posteriore, scritto nel 1280 a S. Lambrecht (Austria)24. Può invero supporsi che l’Aquinate in un primo tempo, pressato dalle istanze del Papa, abbia abbozzato uno schema provvisorio dell’Ufficio (1° schema)25; schema che più tardi, come riferisce Tolomei, egli ed altri potè completare e perfezionare con un secondo. Comunque, è concordemente ammesso che l’ignoto definitivo autore, il quale compilò alla fine del X III l’Ufficiatura, ha dimostrato dottrina e abilità non comune, non disgiunte da un’eletta forma letteraria. Il Lambot, lo storico più competente in materia, crede di poter affermare che se S. Tomaso non può dirsi autore dell’Ufficio eucaristico, si può con buon fondamento ritenerlo non estraneo alla sua elaborazione”, Ibidem, p. 337. ↩︎
- Ibi., p. 338. ↩︎
- S. ATANASIO, De Incarnatione Verbi. ↩︎
- “Quantum ad plenam participationem divinitatis, quae vere est hominis beatitudo, et finis humanae vitae. Et hoc collatum est nobis per Christi humanitatem, dicit enim Augustinus, in quodam sermone de Nativ. domini, factus est Deus homo, ut homo fieret Deus”, S. TOMMASO D’AQUINO, op. cit., III, q. 1, a. 2, co. ↩︎
- RIGHETTI, p. 332. ↩︎
- S. FRANCISCI ASSIS., Vita et miracula. Legenda II di Tomaso da Celano,
n. 201; (ed. d’Alençon, Romae, 1906, p. 320). ↩︎ - Cfr. M. RIGHETTI, Manuale di Storia Liturgica, vol. III, La Santa Messa, Ancora, Milano, 1969, pp. 545-551. ↩︎
- Anche i pagani usavano portare a casa, per cibarsene, parte del sacrifìcio
offerto. Cfr. I. DOLGER, Antike und Christentum, Munster, 1929, I, p. 1 sg. ↩︎ - RIGHETTI, vol. III, p. 554. ↩︎
- De lapsis, c. 26. E il S. Vescovo narra pure di un cristiano indegno che, invece dell’Eucaristia, si trovò avere nelle mani un pugno di cenere. ↩︎
- RIGHETTI, vol. III, pp. 555-556. ↩︎
- Alludendo probabilmente al fatto che la Comunione, distribuita ogni giorno secondo l’uso romano del tempo, da taluni era fatta nei giorni feriali in casa, e solo alla domenica in chiesa. ↩︎
- RIGHETTI, vol. III, p. 557. ↩︎





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