di Nicolò Ghigi*

Quello che ci sembra un elemento caratteristico delle chiese latine, ovverosia i cosiddetti banchi, cioè le panche, sovente dotato di inginocchiatoio, che invadono la navata delle chiese, era sconosciuto al cristianesimo fino alla seconda fase della riforma protestante (ove furono introdotti in ragione della mutata natura del servizio, da celebrazione ierurgica ad ascolto della Parola e della predicazione), ed entrarono nell’uso romano ben più tardi, non prima della metà del secolo XVII, e in taluni luoghi più isolati o conservativi non prima del tardo secolo XIX. Al massimo erano dotate di qualche sedia, addossata alle pareti o pieghevole (così ancora le vediamo nella Basilica Marciana all’epoca della dominazione austriaca, quando pur nel resto della città s’erano già diffusi i banchi a partire dal secolo precedente), o di una lunga panchina attaccata al muro, lignea o anche marmorea, che ricorda la posizione del coro ecclesiastico, e che poteva servire agli anziani o agl’inabili. La gente attendeva ai sacri servizi in piedi, inginocchiandosi sul pavimento, e talora spostandosi pure per la chiesa nei vari momenti, anche per compiere atti di devozione. I banchi ben si convengono al culto calvinista, che prevede attività per cui è consono avere un uditorio seduto e ordinato, come a una lezione cattedratica o in un teatro; alla liturgia autentica essi costituiscono costituiscono talora un impedimento, per esempio nelle processioni interne come quella dell’Asperges, ma anche per la stessa pietà dei fedeli, cui gesti di un tempo come le prostrazioni vengono interdetti, ed essi stessi sono ingessati dalle panche.

Il modo di stare in chiesa dei fedeli ha subito cambiamenti nel tempo: nei primissimi secoli, e ancora oggi nelle chiese bizantine più tradizionali, i cristiani assistevano ai divini servizi volti gli uni verso gli altri dalle due parti opposte della navata, significando così la cooperazione degli uomini tra loro alla salvezza, e voltandosi a Oriente solo per determinati momenti della preghiera. Un segno di questo è rimasto nel coro ecclesiastico che assiste alla messa stando in presbiterio, esattamente in questa posizione. Col tempo l’atteggiamento dei fedeli è diventato più libero, consentendo a ciascuno di muoversi e compiere gli atti di pietà (inginocchiamenti, prostrazioni, segni di croce) che più esprimevano la sua devozione. Solo nel XX secolo si è tornati, non sempre con intenti teologicamente positivi, a richiedere una certa uniformità di postura ai fedeli.

Le rubriche non conoscono i fedeli, perché essi non celebrano attualmente la liturgia, ma solo spiritualmente: vale a dire, si uniscono spiritualmente e offrono il sacrificio (così il canone romano) insieme al sacerdote, ma non compiono atti determinati. In tal senso, non c’è bisogno di normare in alcun modo il loro atteggiamento, e perciò nessuna regola è vincolante per essi al di fuori di quelle di elementare pietà (inginocchiarsi alla consacrazione, farsi il segno di croce all’inizio…). Cionondimeno, l’atteggiamento liturgicamente più corretto è seguire quello fatto dal coro ecclesiastico, la compagine normata a essi più vicina in quanto non compie alcun atto liturgico pur stando in presbiterio, con alcune limitate modifiche dettate dalla consuetudine universale.

Messa letta

Le rubriche (RG xvii, 2) prevedono che il vescovo che assiste alla messa privata di un sacerdote stia tutto il tempo in ginocchio, eccetto che all’ingresso e all’uscita del celebrante e ai due Vangeli, in cui sta in piedi. Questo è, in fondo, lo stesso atteggiamento del serviente. Non si vede la ragione per cui i fedeli che si trovino ad assistere (se mai accada ciò che non dovrebbe accadere, cioè che i fedeli assistano a una messa che è privata di nome e di fatto), dovrebbero sedersi o alzarsi in altri momenti, se il loro pastore sta in ginocchio. L’uso di restare in piedi al Credo da parte del serviente è un’innovazione del 1960 in contrasto con la rubrica. Si potrebbe discutere se la rubrica abbia senso, ma essa va letta come conseguenza della storia della messa privata, dei suoi (limitati) spazi e tempi negli altari laterali di una chiesa gremita di sacerdoti ansiosi di dir messa l’un dopo l’altro, e del fatto che, trattandosi più soventemente in origine di messa detta per devozione dopo aver assistito alla vera messa cantata in coro, era spesso una messa da morto, in cui gl’inginocchiamenti sono più frequenti, come si dirà sotto.

Messa cantata

Le rubriche (RG xvii, 4)  prevedono che, nelle domeniche e nelle feste, chi assiste alla messa cantata (ovvero solenne: le rubriche non conoscono la distinzione moderna tra messa cantata e solenne, ma chiamano la solenne cantata, e in un accenno menzionano una cantata senza i sacri ministri) debba stare in ginocchio alle preci ai piedi dell’altare, all’Et incarnatus cantato dal coro, alla Consacrazione e alla benedizione, con alcune eccezioni solo per i canonici, che non inginocchiano a quest’ultima ma inchinano. Il clero in coro dovrebbe recitare le preci ai piedi dell’altare a coppie, stando il dignitario maggiore in piedi e il dignitario minore in ginocchio a rispondergli: laddove l’ignoranza e la trascuratezza dei chierici non permetta di seguire la prescrizione, meglio che taccia piuttosto che si unisca alle risposte dei ministri, sendoché questi non ascenderanno all’altare di Dio né ministreranno il suo sacerdote, ergo più convenientemente ascolteranno l’introito, inginocchiati giusta l’uso. Lo stare in piedi all’introito da parte dei fedeli, introdotto solo nel XX secolo e derivato dal malvezzo della messa dialogata, non è di per sé insensato, ma si stima sconveniente (principio generale) che un inferiore, quale è il fedele laico, stia in piedi quando un superiore, quale è il chierico ministrante, sta in ginocchio.

La rubrica riguardante l’Et incarnatus è chiara: chi ascolta il coro, cioè chi sta nell’aula (o nel coro, appunto), inginocchia quando lo canta il coro, chi sta all’altare inginocchia durante la recita privata (cui devono unirsi tutti i chierici assistenti), e non lo ripete poscia, poiché ne bis in idem. In ragione del rispetto per le parole che vengono cantate, dovrà però almeno scoprirsi e inchinare, sia egli in piedi o seduto.

Nei giorni penitenziali (ferie di Avvento e Quaresima, vigilie) e nelle messe di requie ci si inginocchia inoltre alle collette, ai postcommunio, e dal Sanctus fino alla consumazione del Corpo di Cristo da parte del celebrante. Quest’uso di restare in ginocchio per tutto il Canone è invalso tra i fedeli anche nelle messe festive, e può lodevolmente da essi mantenersi (fatto salvo quanto si dirà dopo), ma dovrebbe essere evitato in tali circostanze dal clero che assiste e dai servienti: essi, in assenza di buone ragioni, quale non è la devozione, debbono conformarsi alla legge, che impone loro di stare in piedi fuorché alla consacrazione, cioè dal Quam oblationem.

Le rubriche non prevedono la comunione dei fedeli: per queste bisogna guardare al Memoriale Rituum, che dicono che si devono inginocchiare dalla sunzione del Sangue da parte del celebrante fino alla fine della Comunione tutti e soltanto coloro che si comunicheranno, mentre gli altri debbono restare in piedi. Se questa regola è tassativa per chierici e accoliti, e infrangerla è un abuso, la libertà dei fedeli consente loro di inginocchiarsi in questo tempo pure se non si comunicassero.

Circa il sedersi, le rubriche dicono che si può farlo quando il celebrante è seduto. A rigore dunque bisognerebbe stare in piedi all’epistola e all’offertorio, in cui il costume di sedersi è stato introdotto nei tardi anni ’30 dal movimento liturgico come prodromo alla messa nuova. Sedersi alla predica è ovviamente possibile, perché la predica non è un atto liturgico, e per quanto possibile andrebbe tenuta separata dal divino servizio.

Tutto il discorso, ovviamente, prescinde dal fatto che ai tempi della stesura delle rubriche erano già parzialmente oblate prescrizioni ben più antiche, contenute nel canone XX dei 318 padri riuniti in Nicea nel primo santo e grande concilio ecumenico, i quali stabilirono vietato piegar le ginocchia nel giorno di domenica e nei cinquanta giorni che vanno dalla Pasqua alla Pentecoste, in ragione della santa e gloriosa Risurrezione. Tale prescrizione risulta ancora tassativa nel rito bizantino, ove la prassi sabaita ha vietato gl’inginocchiamenti e le prostrazioni anche in alcuni altri giorni (per esempio nel Natale e nella sua ottava, in alcune altre feste despotiche ecc.). Nel rito romano di ciò resta evidente traccia nella rubrica del breviario che impone di cantare in piedi l’antifona mariana alla fine delle ore canoniche nelle domeniche e nel tempo pasquale, ma purtroppo è andata completamente obliata, superata dalla valenza devozionale dell’inginocchiamento al crescere della pietà eucaristica nel basso Medioevo, nelle rubriche del messale. Ripristinare l’antica prassi canonica sarebbe un dovere d’ogni cristiano, ma risulta invero arduo per la mentalità romana dal Medioevo in poi applicarlo senza scrupolo e scandalo (potrebbe dirsi un elemento di decadenza strutturale?): quantomeno, tale canone dovrà servir da monito a quanti pretendono d’inginocchiarsi, anche nelle domeniche, più di quanto le rubriche tridentine impongano, che già vi costituisce una vistosa eccezione.

Clero e fedeli in piedi a una funzione ortodossa in rito bizantino

I segni di croce e gli altri gesti di pietà non sono normati per gli assistenti in coro, ma si presume seguano in questo la prassi degli accoliti, segnandosi all’inizio, alle preghiere ai piedi dell’altare quando previsto, alla fine del Gloria e del Credo, all’inizio dei Vangeli, e alla benedizione, e battendosi il petto al Confiteor e all’Agnus Dei. Si noti però che, dacché il popolo non ode le preghiere ai piedi dell’altare e dunque il primo Confiteor, non dovrebbe compiere gesti durante questi, e concentrarsi sull’ascolto devoto dell’introito. Pure gl’inchini ai Gloria Patri e i segni di croce alla fine di Gloria e Credo vanno fatti seguendo il canto, non la recita silenziosa che è seguita invece dal clero officiante e dagli accoliti.

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* La presente nota costituisce una versione ampliata e rivista della “Nota storica” pubblicata in calce all’articolo De devotis posturis di N. Vadori apparso sulla Bohemia Romana del 2021.

3 risposte a “Sul modo di attendere ai sacri servizi”

  1. Per consacrazione si intende dal Quam oblationem incluso all’Unde et memores escluso, giusto?

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  2. Avatar Giovanni Cismondi
    Giovanni Cismondi

    Ecco un altro prezioso articolo che ci fa conoscere cose dimenticate e per molti mai conosciute prima. Non posso quindi non ringraziare l’autore dell’articolo per le note preziose, e gli autori del blog che contribuiscono così ad una crescita anche culturale dei fedeli attraverso gli articoli pubblicati. Dopo questa lettura e pensando a come i fedeli, durante la Messa, spesso non sappiano se stare in piedi o in ginocchio, sarebbe interessante la redazione di un piccolo libello che contenga proprio queste linee guida. Abbiamo tutti bisogno di imparare e di migliorare. Sempre.

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  3. Grazie per questo importante articolo, che ricorda tanto la libertà dei laici riguardo alla postura, quanto la convenienza che essi seguano il coro.

    Ho due punti di possibile disaccordo: mi sembra che le rubriche clementine del Missale prevedano che il celebrante si inginocchi quando viene cantato l’Et incarnatus est se è in piedi (anziché seduto) in quel momento, e sempre (anche se fosse stato seduto) durante le feste dell’Annunciazione e del Natale: «Item genuflectit in die Annuntiationis B. Mariæ et in tribus Missis Nativitatis Domini, quando cantatur in Choro ℣. Et incarnátus est, etc. Aliis diebus, si sedeat cum cantantur ea verba, non genuflectit, sed caput tantum profunde inclinat apertum; si non sedet, genuflectit.»

    In secondo luogo, non credo che la consuetudine di sedersi durante l’Epistola e l’Offertorio possa essere stata un’innovazione del movimento liturgico. Le rubriche clementine affermano: «In Choro […] possunt sedere quando Celebrans sedet, et præterea dum cantantur Epistola et Prophetiæ, Graduale, Tractu vel Allelúja cum Versu ac Sequentia; et ab Offertorio usque ad incensationem Chori, et, si non incensatur, usque ad Præfationem, et ad Antiphonam quæ dicitur Communio” (enfasi aggiunta).

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